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		<title>ISTRUZIONI PER GLI ANGELI</title>
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		<title>79. IL CAPO CORDATA </title>
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		<description><![CDATA[<img src="images/79-vetta.jpg" width="270" height="270" border="0" alt="" id="img_float_left" />E subito dopo l’Angelo dell’ascesa, ecco oggi Kawaqiyah, l’Angelo del sesto-settimo grado, la <b>guida esperta dei passaggi difficili</b>, carico di chiodi, ganci e corde. Se Lehekhiyah era l’ottimismo alpinistico, lo slancio indispensabile (e si pensi a quanto di quello slancio vi fu, in forma cupa e tragica, nell’assalto dell’11 settembre), Kawaqiyah è <b>la chiara consapevolezza del pericolo</b>, e la prudenza che spinge non a fermarsi ma ad affrontare anche i più impossibili speroni di roccia con tutte le necessarie precauzioni. <br /><br />Noterete che oggi, il 13, questi due Angeli coincidono, come due facce di una stessa medaglia: per chi è nato oggi, ciò significa (ricordate? V. la puntata 6, sulle Cuspidi angeliche) che fino ai 38-40 anni la sua energia prevalente sarà quella di Kawaqiyah, e poi diverrà quella di Lehekhiyah; mentre per chi vuol meditare su questi due volti della Quinta Sephirah, significa che, semplicemente, uno non sta senza l’altro: salgono insieme, davanti a voi – quando volete salire – indicandovi la via. <br /><br />E <b>con Kawaqiyah mi congedo</b>, lasciandovi un altro esercizio di Angelologia, da svolgere da soli. Siamo infatti partiti, un anno fa, dalle lettere dell’alfabeto sacro, poi abbiamo parlato un po’ di creazione e di altre vicende sacre, e finalmente siamo arrivati all’Albero della vita: ci troviamo ora nella Sephirah Geburah, i cui Angeli proseguiranno fino al 13 ottobre; poi dal 14 ottobre al 22 novembre vi sarà la Sesta Sephirah, quella degli Angeli chiamati Virtù, color oro, maestri dell’accorgersi e del guardarsi intorno; e dal 23 novembre si entrerà nell’ultimo ‘Olam, ovvero Dimensione, dell’Aldilà: lo ‘Olam della formazione, corrispondente al periodo in cui, già concepiti, aspettavate il parto. Qui vi saranno i Principati, ovvero gli Angeli della Bellezza (dal 23 novembre al 31 dicembre), poi gli Arcangeli (dal 1 gennaio al 9 febbraio) e poi gli Angeli lunari (dal 9 febbraio al 21 marzo). Bene, per procedere efficacemente nel vostro corso di Angelologia, provate a esplorare gli Angeli, da oggi in poi, per conto vostro, rileggendo se volete le puntate di questo blog, dalla prima in poi... <br /><br />Sono certo che vi scoprirete molte più cose di quanto non sia avvenuto alla prima lettura, e che soprattutto riconoscerete molti suggerimenti di ulteriore riflessione, che la prima volta non avevate notato. Kawaqiah e Lehekhiyah vi daranno sicuramente una mano, su questi pendii e strapiombi. Un ultimo consiglio: non abbiate fretta, da un lato, e dall’altro <b>sappiate che non si arriva mai!</b> C’è soltanto la via, la si può solo percorrere, non è mai finita in passato e non finisce, proprio come la vita. <br /><br /><br />Fine<br /><br />]]></description>
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		<title>78. L’ASCENSIONE</title>
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		<description><![CDATA[<img src="images/78-ladder.jpg" width="270" height="270" border="0" alt="" id="img_float_right" />Nell’Angelo di questi giorni si esprime il <b>coraggio di crescere e di salire</b>. Lo mostra bene il suo Nome, Lehekhiyah, L-H-KH:<br /><br /><img src="images/78_let.jpg" width="106" height="62" border="0" alt="" id="img_float_left" /> L è la crescita, H è ciò che cresce, KH è ciò che la crescita produce. Da Lehekhiyah ciascuno di noi ha ricevuto molte lezioni, quando tutto ciò che ora è nostro (corpo, mente, spirito ecc.) era ancora e soltanto energia. Ciò che durante la gravidanza sarebbe diventato il nostro corpo ha ricevuto, da Lehekhiyah, gli ordini e l’impulso al proprio sviluppo e continuo rinnovamento. Ciò che sarebbe diventata poi la nostra mente ha ricevuto qui la facoltà di non accontentarsi mai, di voler conoscere sempre più. <br /><br />Ciò che sarebbe diventato il nostro spirito ha ricevuto qui <b>la voglia di salire sempre più in alto</b>, e di irradiarsi, nel mondo, in un’area sempre più vasta: e nella nostra vita, questa L del nostro spirito si sarà certamente manifestata dapprima sottoforma di brama di promozione, carriera, successo, e poi – se nulla l’ha potuta fermare – il suo estendersi è destinato a puntare sempre più in alto e lontano, verso quelle sfere più spirituali di cui parlano mistici e cabbalisti. Dunque, se notate che qualcosa vi manca nel vostro L-H-KH corporeo, mentale o spirituale, è proprio qui, da Lehekhiyah, che dovete tornare a cercare. Per rintracciarlo sapete bene come si fa: risalire l’Albero della Vita dritti dritti fino a raggiungere lo ‘Olam della Creazione (v. la puntata 70), là girate a sinistra, arrivate nella Sfera di Geburah, e poi chiedete... <br /><br />Ovviamente sto parlando del tutto sul serio: la settimana prossima sarà giusto un anno che discutiamo di Qabbalah e vi sarete ormai familiarizzati con questo tono un po’ da fantascienza, un po’ da caccia al tesoro, che è sì simbolico, ma non astratto, e che non richiede fede negli Angeli, ma curiosità, riflessione e <b>voglia di esperienze reali</b>. Se richiedesse fede, vi avrei suggerito di <i>invocare</i> Lehekhiyah, per ottenerne i favori, e poi di star seduti o inginocchiati in attesa di riceverne un segnale, o magari di vederlo apparire, con le sue grandi ali blu. <br /><br />Invece si tratta proprio di salire, di farsi strada lungo il tragitto dell’Albero, riconquistando uno dopo l’altro i suoi vari gradi di consapevolezza... e non c’è bisogno né di invocazioni e nemmeno di immaginarsi l’Angelo di oggi come una figura autonoma, separata da voi: Lehekhiyah, infatti, È GIÀ tutto quanto in quel vostro ascendere, ed è appunto con il vostro ascendere che gli parlate e formulate – magari senza accorgervene – le vostre richieste d’aiuto. <br />Se di fede si può trattare, qui, è semmai e soltanto della vostra fede in voi stessi. <br /><br />Continua<br /><br />]]></description>
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		<title>77. LE POTESTÀ</title>
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		<description><![CDATA[<img src="images/77-dark-blue-sky.jpg" width="270" height="270" border="0" alt="" id="img_float_left" />Con l’impetuoso Angelo di oggi ha inizio la Quinta Sephirah, color azzurro scuro, chiamata in ebraico <i>Gheburah</i>, che propriamente significa «la Forza dei grandi uomini». <i>Ghibor</i> in ebraico è «l’eroe», <i>ghebir</i> è «il capo». Gheburah, nel ciclo d’istruzione che tutti noi abbiamo attraversato prima di nascere, è il luogo che <b>compensa la generosità, l’altruismo della Sephirah precedente</b>, Khesed. In Geburah abbiamo imparato la forza centripeta, indispensabile all’esercizio dei nostri talenti nel mondo. <br /><br />«Essere o non essere?» si domandava Amleto, in un momento di evidente sbilanciamento verso Khesed: «essere, certamente!» gli avrebbe risposto la sua componente geburaica. Essere, <b>accettare la sfida</b>: come sarebbe stato possibile anche soltanto il nostro CONCEPIMENTO, senza questo tipo di coraggio egocentrico? E oggi come potremmo anche soltanto immaginare la nostra libertà, senza le lezioni di Geburah? G, come ricordate, in ebraico è il geroglifico che rappresenta il corpo: l’involucro del nostro essere e il principio della coesione dell’io. B è il geroglifico che rappresenta la sede, e R è il geroglifico dell’energia che fluisce; dunque: «qui scopro che il corpo (G) dovrà essere la sede (B) di quel tanto di immensità che potrò far giungere (R) nel mondo». <br /><br />E ciò vale naturalmente anche riguardo ai corpi altrui: anche il rispetto, la stima che posso provare per gli altri dipendono da ciò che avevo appreso nella Quinta Sephirah. E viceversa l’opprimere il prossimo, l’ignorare il valore altrui, la ripugnanza per l’intimità, l’incapacità di provare gioia nel contatto con i nostri simili (o con alcune razze dei nostri simili) sono altrettanti sintomi delle carenze esistenziali di chi ha troppo dimenticato questa tappa della formazione prenatale. E non so cosa ne pensiate voi, ma a me pare proprio che a moltissimi l’analisi dei vari Angeli di Geburah offra l’occasione di <b>un fruttuoso esame di coscienza</b> e di condotta: ai troppo buoni, per esempio. <br /><br />Quella che alcuni chiamano eccessiva bontà è infatti, spesso, la tendenza a compiacere gli altri, ad adeguarsi, a sottomettersi; sconfina facilissimamente nella codardia, e la codardia si esprime non soltanto nel rapporto con gli altri, ma anche e soprattutto nel rapporto con se stessi: con le proprie idee, con la propria forza di volontà, con il proprio impegno, che illanguidiscono pateticamente. Ed è utile, lo studio di Geburah, anche ai tiepidi, ai frigidi, nei quali si nasconde spesso molto egoismo (vi è infatti un’enorme differenza tra l’egoismo e il <b>coraggio di esprimere il proprio valore</b>)... Insomma, in bocca al lupo con questi Angeli maestri, a cominciare proprio da Yekhuwiyah, autentico lupo solitario, fierissimo. <br /><br />Continua<br /><br />]]></description>
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		<title>76. DELL’IMPARARE DAGLI ANGELI</title>
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		<description><![CDATA[<img src="images/76-Lens.jpg" width="270" height="270" border="0" alt="" id="img_float_right" />L’Angelo di questi giorni è molto simile a una limpida lente, come <br />vi dicevo nella scorsa puntata; e mi pare dunque un buon momento per ricapitolare alcuni temi essenziali del nostro blog, specialmente per quel che riguarda il «vedere» le Gerarchie e l’imparare da esse. Stiamo descrivendo (da quasi un anno ormai) quelle che secondo l’Angelologia sono <b>le diverse forme assunte dall’Energia cosmica</b> che entra nel nostro mondo umano e lo vivifica: gli Angelologi chiamano queste forme «Angeli», pensano che siano Settantadue, e le immaginano come porte e portatori di vere e proprie correnti di talenti e di occasioni.<br /><br />Quanto più conosci questi «Angeli», tanto più li potrai assecondare e <b>far fruttare nella tua vita</b>: a cominciare dal tuo Angelo personale, connesso a te dal tuo giorno di nascita (dalla porta, cioè, che non per caso scegliesti per venire al mondo) e per continuare poi con tutti gli altri settantuno. Quanto più numerosi sono gli Angeli che impari a conoscere, tanto migliori diventano i tuoi rapporti con il prossimo. Impari infatti che cosa puoi o non puoi aspettarti dalle persone, valutando i loro talenti angelici. Impari ad aiutarle, per quanto possibile, richiamando la loro attenzione su quei loro talenti e sulle molte occasioni che avrebbero se li assecondassero. <br /><br />Impari anche ad apprezzare meglio le convinzioni, le verità altrui: <b>ciascun Angelo</b> infatti <b>delimita anche un orizzonte personale</b>, un punto di vista, un’immagine del mondo funzionale ai talenti che dona a ciascun suo «protetto», e nessuna di queste visuali (di queste verità, appunto) è più o meno vera delle altre; sono semplicemente diverse, e tutte valide parti integranti di quella Verità generale che sarebbe costituita dall’insieme delle Settantadue Verità parziali. Il raggiungimento di questa Verità generale è uno degli scopi più emozionanti che possiamo proporci con lo studio dell’Angelologia. <br /><br />Via via che scopri e componi – come fossero tessere di un mosaico – le Verità parziali dei vari Angeli, ti accorgi infatti che il tuo mondo interiore si amplia, ed è una sensazione splendida: cominci a considerare il tuo io non più come un territorio da difendere dagli altri, ma come un tuo strumento, adoperato in questa vita da un Io più grande – e solo in questo Io più grande cominci a identificarti. Più piccoli di prima cominciano ad apparirti i tuoi problemi, conflitti e difetti; e assai più grandi, invece, le tue aspirazioni, i tuoi sogni, i tuoi ideali. <b>Cresce la tua consapevolezza di te e della realtà</b>, e questa crescita di consapevolezza va di pari passo con la riscoperta di quelle strutture e sorgenti di sapienza che la Qabbalah raffigura nelle Sephiroth. <br /><br />È davvero come se l’Albero della Vita crescesse in te. E dove la scoperta di quelle Verità angeliche è frenata (e tutti hanno tali zone bloccate, opache: tutti trovano incomprensibile qualche Angelo...), là si nascondono i principali tesori: là puoi scoprire cioè, con un po’ di pazienza, tue resistenze, tue ferite da guarire, tue domande non ancora affrontate, che fino a oggi ti avevano fatto apparire certe Verità, certe persone, certe situazioni, certi settori, insomma, del mondo come ostili o a te vietati. E sono appunto quei settori impersonati dall’Angelo che non riesci ancora a capire. Riflettici meglio, chiedi aiuto a Washariyah, l’Angelo-lente, e apri anche quelle porte.<br /><br /><br />]]></description>
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		<title>75. QUANTE RESPONSABILITÀ</title>
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		<description><![CDATA[<img src="images/75-Picasso-Mirror.jpg" width="230" height="270" border="0" alt="" id="img_float_left" />Dicevamo, nella scorsa puntata, della ricerca delle compatibilità individuali e intime tra i «protetti» dei Settantadue Angeli. Se proprio non riuscite a individuare il vostro compagno angelico ideale, chiedete consiglio a un Lakabe’el: <b>i «protetti» dell’Angelo di oggi sanno sempre tutto</b>, capiscono tutto, traggono conclusioni riguardo a tutto e non solo si assumono molto volentieri la responsabilità di indicare al loro prossimo cosa sia meglio o peggio fare, ma lo guidano anche, e gli organizzano la vita, se li lascia fare. <br /><br />L’unico svantaggio, nell’interpellarli, è che difficilmente potrete obiettare qualcosa: sono troppo egocentrici e dominatori, per poter tollerare i «Sì, ma...» In Lakabe’el, come anche nell’Angelo successivo, Washariyah, si esprime l’aspetto più pragmatico della Quarta Sephirah: questi due sono <b>maestri di lucidità e concretezza</b>, e donano ai loro «protetti» una determinazione talmente ferrea, che è facile scambiarla spesso per bruschezza. <br /><br />La differenza  tra i Lakabe’el e i Washariyah è che i primi sono anche molto pieni, e i secondi sono vuoti – ed entrambi nel senso migliore del termine. <b>I Lakabe’el</b> sono pieni (e alle persone superficiali possono sembrare molto pieni <i>di sé</i>) perché <b>traggono solamente da sé stessi le forze</b>, le idee, gli ideali di cui hanno inevitabilmente bisogno per esercitare il loro Khesed, la loro «Generosità», sottoforma di assunzione di responsabilità per conto altrui. <b>I Washariyah sono invece come lenti di cristallo</b> perfettamente trasparenti, tanto più utili agli altri quanto meno contengono o portano su di sé. <br /><br />Un lakabeliano potrebbe intrattenervi per ore, per esporvi le sue personalisse opinioni e ciò che da esse consegue. Se conversate invece con un washariano, la quasi totalità degli argomenti riguardererà certamente voi e non lui: e se insisterete per sapere qualcosa di più di come vive, di cosa pensa, di cosa gli piace, vi racconterà di suoi ricordi famigliari, dei suoi legami, o di cose ha letto, visto, udito – di altre persone e di opere altrui, insomma, fedelissimo sempre al suo compito di lente che mostra, ingradisce, mette a fuoco e null’altro. <br /><br />Sono <b>due modi contrapposti di donare se stessi</b>: traetene la lezione che sempre occorre trarre dalle descrizioni di Angeli, domandandovi in tutta sincerità «Mi piacciono? Posso capire il loro modo di essere? Li stimo?» Se la risposta è «sì», va tutto bene e che, da questo lato dell’orizzonte zodiacal-angelico, potete stare tranquilli. Se invece storcete il naso davanti alle qualità di questi due, o un lakabeliano o un washariano non vi sono per niente simpatici, vuol dire che avete ancora molto da imparare su come essere pienamente o vuotamente voi stessi, sul come e quando darvi o non darvi importanza, oltre che naturalmente sul come assumervi volentieri ed efficacemente responsabilità.<br /><br />Continua<br /><br />]]></description>
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	<item rdf:about="http://www.nonsoloanima.tv/sibaldi/index.php?entry=entry090818-162810">
		<title>74. TUTTO CASA E LAVORO</title>
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		<description><![CDATA[<img src="images/74-Magritte.jpg" width="270" height="229" border="0" alt="" id="img_float_right" />Nell’Angelo di questi giorni, Khesed assume aspetti che oggi definiremmo borghesi: <b>la fedeltà alle istituzioni</b>, <b>alle regole</b>, il disciplinato svolgimento delle proprie mansioni, l’attaccamento alla famiglia, alla casa. Solo che – a differenza di quel che avviene nella mente dei borghesi attuali – i «protetti» di ’Omae’el intendono tutti questi solidi elementi dell’esistenza come un modo per trascendere se stessi: non pensano cioè «ecco, tutto questo è mio», bensì «ecco, a tutto questo, al mio lavoro, alla mia famiglia, alla mia casa io sento di appartenere: non mi importa gran che di me, e se dovessi dedicarmi a me stesso sprofonderei nella noia... <br /><br />Qui invece sono al servizio degli altri: ’Omae’el, aleph-waw-mem: io sono la Mem che li avvolge, la Waw che custodisce la soglia, l’Aleph dell’energia che attraverso di me vivifica tutti <i>i miei</i>». È decisamente <b>un modo luminoso di intedere</b> quello che alla maggioranza di noi sembra <b>la routine quotidiana</b>. E ho la netta impressione che le tante e celebri infelicità che assillano i nostri borghesi (e sulle quali, com’è noto, è stata costruita la psicologia europea) dipendano, in larga misura, proprio da un rapporto insufficiente con ’Omae’el, dall’incapacità di ascoltare – o meglio, di ricordare – il suo insegnamento.<br /><br />Certo, le infelicità degli omaeliani dipendono anche dal compagno di vita che si sono scelti. A molte persone, avere un omaeliano in casa fa senz’altro comodo, ma a lungo andare può risultare noioso. Altri non tollerano i suoi impulsi materni o paterni. Altri ancora sono irritati dal suo amore per la disciplina, dalla sua resistenza a ciò tutto che è nuovo o strano... E qui si apre un interessante aspetto dell’angelologia: le <b>compatibilità individuali tra i «protetti» dei diversi Angeli</b>. <br /><br />E lo lascio a voi, come esercizio di angelologia applicata: a vostro parere, <b>con chi potrebbe trovare la felicità domestica un ’Omae’el</b>? Secondo me, certamente non con uno delle quattro Dominazioni guerriere che abbiamo visto nelle scorse settimane, e nemmeno con i «maghi» di Nithihayah. Sconsigliati anche i Troni, tutti quanti: troppo disobbedienti, troppo estroversi! Molto meglio i Cherubini, e anche i Serafini (escluso il rapace Lelehe’el). Tra gli Angeli lunari, ottime le unioni con Damabiyah e Yabamiyah; tra gli Arcangeli, con Harakhe’el; tra i Principati, buone probabilità di riuscita affettiva con tutti meno che con il viaggiatore Niyitha’el; tra le Virtù, perfetta l’unione con Sa’aliyah, assai difficili quelle con gli altri; mentre tra le Potestà, gli unici con cui può funzionare sono i «protetti» di Raha‘e’el e di Yeyaze’el. Ma questo, solo secondo me. E a proposito, voi, con le qualità del vostro Angelo, con chi potreste trovarvi benissimo? Fate ipotesi.<br /><br />Continua<br /><br />]]></description>
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		<title>73. IL SALVATORE</title>
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		<description><![CDATA[<img src="images/73-Taxi_Driver.jpg" width="177" height="270" border="0" alt="" id="img_float_left" />Khesed, «la Generosità», trova nell’Angelo di oggi un campione un pochino più rassicurante del precedente. Reyiy’el è l’Angelo di chi <b>abbatte i nemici per salvare gli amici</b>: se She’ehayah somigliava moltissimo a un vulcano, Reyiy’el ricorda piuttosto un fiume, vorticoso sì, ma comunque contenuto nelle sue rive, e relativamente prevedibile, e in qualche misura controllabile. Osservando molti suoi «protetti», ho notato tra l’altro che il successo della vocazione di salvatore dei reyeliani dipende proprio dalla loro capacità di contenimento di una delle loro principali sorgenti di energia, che è la sessualità. <br /><br />In ciò, Reyiy’el è parente stretto di Pehaliyah (v. la puntata 64): in entrambi, molto dipende infatti dalla <b>sublimazione del desiderio</b>. Quanto più sanno deviare la loro intensissima <i>libido</i> dalle sue consuete forme di soddisfazione inviduale a obiettivi più generali, tanto più aumenta il loro coraggio e si amplia il loro campo d’azione. Avete visto, nel ritratto, quali nomi compaiano tra i nati in questi giorni: il taxista-eroe di <i>Taxi Driver</i>, che come ricorderete è vergine, benché l’idea del sesso lo assedi di continuo; e il colonnello Lawrence, il fautore dell’indipendenza araba, di cui la maggior parte dei biografi sottolineano la castità, compensata da una passione addirittura spietata per l’esercizio fisico; e si potrebbe aggiungere un altro colonnello famoso, Dragutin Dmitrievic, che tra il 1904 e il 1914 fu il <i>deus ex machina</i> dell’indipendenza serba, e – guardacaso – era nato solo a due giorni di distanza da Lawrence, ed era anche lui, pare, rigorosissimamente casto, oltre che incredibilmente coraggioso... <br /><br />Nel caso di Reyiy’el, dunque, l’interpretazione geroglifica di <i>Khesed</i> può subire una leggera modifica, diventando: «l’impegno (KH) che occorre per <b>frenare (Samek) le mie intense pulsioni e trasformarle in generosi doni</b> (D) per i molti». Sapete dunque, eventualmente, cosa consigliare a qualche vostro amico Reyiy’el che abbia sogni di gloria non ancora realizzati.<br /><br />Continua<br /><br />]]></description>
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		<title>72. KHESED</title>
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		<description><![CDATA[Vi sembra esagerato l’Angelo di questi giorni? Con quella sua <b>passione per la distruzione</b>, che spinge i suoi «protetti» più coerenti a non risparmiare nemmeno le proprie opere: periodicamente le mandano in frantumi con uno strano <b>senso di liberazione</b>... Ma nel corso di questo blog avete già avuto modo di vedere molte altre categorie angelico-umane decisamente strane, e di certo vi sarete abituati a non farvi intimidire dai paradossi, bensì a riflettere e a trovare la chiave per interpretarli. <br /><br />Con She’ehayah è piuttosto facile: le Dominazioni sono maestre di coraggio, ed ecco dunque quest’Angelo che mostra come buttare all’aria tutto ciò che POTREBBE indurti invece alla prudenza, e a una ragionevolissima dose di viltà, magari, che tu giustificheresti come attaccamento alle tue proprietà, alle tue abitudini, alla tua cerchia di vecchie conoscenze. Nella palestra di She’ehayah hai imparato invece che nulla può essere più importante della tua <b>scoperta di te stesso</b> – intendendo, ovviamente, con «te stesso» ciò che ancora non sai di te, le tue infinite potenzialità. E altrettanto chiaro appare il rapporto di quest’Angelo con il Nome della sua Sephirah, che è (non ve l’ho ancora detto?) KHESED, cioè «la Carità», «la Generosità disinteressata». In ebraico è<br /><br /><b>חסד</b><br /><br /><img src="images/72-Arca.jpg" width="270" height="216" border="0" alt="" id="img_float_right" />KH-Samek-D, ovvero: «la tensione, l’impegno (KH) che occorre <br />per trasformare ciò che è chiuso in un forziere (Samek) in ricchezza da distribuire, da donare (D)». Ebbene, <b>She’ehayah scardina e fa esplodere i forzieri</b>. Non per nulla conta, tra i suoi nati, tanti distruttori di Stati sovrani: Napoleone, Cavour, Fidel Castro... Voi, a proposito, come state quanto a questa generosità? <br /><br />KHESED è senza dubbio una delle qualità più difficili da esercitare <b>oggi in Occidente</b>, e non tanto perché vi sia negli Occidentali una qualche congenita taccagneria, ma perché da troppo tempo (da <br />un secolo e mezzo o giù di lì) la nostra civiltà è sulla difensiva: nell’Ottocento eravamo padroni e sfruttatori di troppa parte del mondo e, quel che è peggio, ci sforzavamo troppo di ignorare questo fatto (provate per curiosità a scorrere le opere di Freud o Jung, e a cercarvi qualcosa che riguardi il rapporto tra l’ansia nevrotica e il colonialismo: non vi troverete un solo accenno! <br />Come se la nuova psicologia ritenesse del tutto innocuo per la psiche il fatto che le nazioni progredite vivessero ferocemente a spese di decine di milioni di neo-schiavi...). E per di più attorno al 1850 cominciò a fermentare il comunismo, che mostrava come anche in casa nostra la neo-schiavitù fosse ormai diventata la condizione di tutto. <br /><br />Da allora <b>cominciò a ispessirsi il nostro guscio</b>, e divenne ben presto una Samek titanica e angosciatissima. APPUNTO PERCIÒ l’Angelo di oggi appare, oggi, talmente esagerato e pericoloso: non perché lo sia davvero di per sé, ma perché inconsapevolmente, quasi istintivamente ormai, vi proiettiamo tutte quelle nostre paure occidentali. Così l’energia più limpida di Khesed può sembrare e DIVENTARE ai nostri occhi, e nelle vite dei suoi protetti più celebri, una potenza distruttiva, catastrofica...<br /><br />Continua<br /><br />]]></description>
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		<title>71. LA SEPHIRAH SEGRETA</title>
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		<description><![CDATA[<img src="images/56_Albero_Vita2.jpg" width="176" height="300" border="0" alt="" id="img_float_left" />Tra il primo e il secondo <i>‘Olam</i> c’è anche un luogo segreto, a cui ho già accennato fuggevolmente qua e là. È la Sephirah <b>Da‘ath, cioè la Sfera della Conoscenza</b>. Come vedete dall’illustrazione, si trova proprio sul confine tra le due Dimensioni, sull’asse centrale: ed evidentemente una posizione importantissima, eppure pochi ne parlano; in alcune raffigurazioni dell’Albero è segnata appena, talvolta con una circonferenza tratteggiata, e in altre manca del tutto. <br /><br />È infatti un punto molto delicato: lì cresce lo <i>‘Ets ha-Da‘ath</i>, <b>«l’Albero della conoscenza» del bene e del male</b>, che pose tanti problemi al Dio-Signore, all’adam e a tutti i teologi d’Occidente e del vicino Oriente. Lì YHWH aveva posto il suo tabù, lì giunse la <i>ishah</i>, e poco più sopra – tra i Cherubini – fu posto il Guardiano della soglia, con il compito di vietare all’umanità l’accesso a un’immagine complessiva dell’Albero della Vita... È un luogo traumatico, insomma. <br /><br />E non per nulla il <b>senso di giustizia</b> caratterizza gli Angeli della Quarta Sephirah, e fa sì che almeno tre di essi (l’Angelo di ieri, Ha’a’iyah; l’Angelo di questi giorni, Yerathe’el; e l’ultimo delle Dominazioni, Washariyah) siano grandi cacciatori e castigatori di colpevoli: nessuno sa vedere le colpe altrui meglio di chi senta in se stesso una qualche colpa profonda... «Ci vuole un ladro per acchiappare un ladro», dicono gli anglosassoni! È come se davvero sulla Quarta Sephirah (e anche sulla sua gemella, la Quinta, come vedremo) pesasse più che su tutte le altre il ricordo di quella prima violazione di un comando divino. <br /><br /><br />E il coraggio che le Dominazioni insegnano può essere interpretato, a sua volta, sia come il coraggio che occorse all’adam, quando venne scacciato dall’Eden e si incamminò verso la sua esistenza terrena, sia anche come il coraggio che occorre a chiunque voglia risalire, attraverso la Sephirah Da‘ath, verso quel Cherubino-guardiano e <b>affrontare la sua spada-specchio</b> (v. la puntata 55). In entrambi i sensi, secondo la Qabbalah, la Conoscenza richiede un coraggio molto speciale. È più rassicurante, più facile, rassegnarsi a non conoscere, e anche le Scritture lo confermano: scrive, per esempio, Salomone <br /><br />Nella molta sapienza (Khokhmah) vi è molta collera. E chi accresce la conoscenza (Da‘ath) accresce il dolore.<br /><i>Qoheleth 1,18</i><br /><br />C’è bisogno di spiegare perché? La ricerca di Da‘ath non sfida soltanto i divieti, la gelosia, l’invidia anche, di YHWH, ma irrita inevitabilmente anche la maggioranza degli uomini. Dice Don Juan, il maestro di Castaneda:<br /><br />Credi forse di poter convincere i tuoi simili ad affrontare queste prove? Si metterebbero a ridere e si farebbero beffe di te, e i più aggressivi ti picchierebbero a morte. E non perché non ti credano... Nel profondo di ogni essere umano c’è una consapevolezza ancestrale, viscerale... <br />C. CASTANEDA, <i>Il lato attivo dell’infinito</i>,<br />Milano 2000, p.242<br /><br />Tutti gli uomini <i>sanno un po’</i>, tutti sono passati dalle dieci Sfere, e hanno serbato frammenti e bandoli di Da‘ath in fondo ai loro pensieri: ma HANNO PAURA di ricordare e di ritrovarli, e <b>la paura rende facilmente feroci</b>. Il coraggio che le Dominazioni vi hanno insegnato è anche quello di fronteggiare e di ignorare tale ferocia, e di non restarne contagiati, quando cominciate anche voi a ricordare. <br /><br />Continua<br /><br />]]></description>
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		<title>70. I GUERRIERI DEL SECONDO ‘OLAM</title>
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		<description><![CDATA[<img src="images/70-CastelSAngelo.jpg" width="270" height="270" border="0" alt="" id="img_float_right" />L’Angelo di oggi e i tre seguenti sono <b>autentici guerrieri</b>: esprimono la qualità fondamentale della Quarta Sephirah, il CORAGGIO, in forma estroversa, pragmatica, oltre che fortemente etica. <b>Ognuno di essi insegna</b> infatti ai suoi «protetti» <b>a sfidare, a lottare e a vincere</b>, quando si lasciano guidare dal loro senso di giustizia e dall’altruismo – o viceversa a lottare contro se stessi e determinare le proprie sconfitte, quando si accorgono di essere ingiusti, disonesti o egoisti. <br /><br />I concetti di bene e di male, a questo livello dell’Albero della Vita, cominciano dunque a diventare un po’ più comprensibili a noi tutti: non vi sono più i paradossi che avevamo visto nelle Sfere superiori – e ciò perché con la Quarta Sephirah si entra in un altro <i>‘Olam</i>, in <b>un’altra Dimensione, più vicina a noi</b>. La prima Dimensione, vi ricordate, era quella delle Emanazioni (v. la puntata 63) e lassù il nostro intelletto doveva compiere notevoli balzi logici, per potersi orientare; questa nuova Dimensione è invece lo ‘<i>Olam ha-Beriah</i>, «l’Eone della Creazione», in cui tutto ciò che dovrà nascere o avvenire comincia ad assumere davvero le proprie forme. <br /><br />Qui, energie che fino a poco prima potevano ancora diventare chiunque o qualsiasi cosa cominciano a diventare qualcuno o qualcosa: qui si verificano quindi <b>le prime <i>scelte</i> vere e proprie</b> – chi o cosa diventare e, di conseguenza, chi o cosa NON diventare. E le scelte non vennero fatte soltanto dall’alto, ma in qualche misura vi partecipammo anche noi: venne richiesto il nostro parere, e appunto perciò venimmo forniti, qui, di coraggio, perché di questa qualità vi è assoluto bisogno quando si prendono decisioni che riguardano la propria vita. E il guerriero (da non confondere con il soldato) non è forse colui che deve continuamente decidere? Ecco dunque questi quattro marziali istruttori, che certamente si incaricarono di assisterti in quell’emozionante periodo della TUA creazione.<br /><br />«Tra qualche tempo» ti dissero, più o meno, «comincerai la tua fase di atterraggio su quella Sfera che vedi laggiù, chiamata mondo umano... Non possiamo esattamente dirti quando sarà, un po’ perché è un dettaglio, questo, ancora da chiarire, e un po’ perché noi siamo in un ‘Olam, e ‘Olam significa anche Eternità, cioè Assoluto Presente, atemporalità. Ma, presto o tardi, là ti aspetteranno e inevitabilmente (anche se non se ne renderanno conto) si aspetteranno da te grandi cose, cose nuove. Dio sa quanto ne abbiano bisogno, di cose nuove, laggiù, con tutti i guai sempre uguali che combinano da migliaia di anni! E anche noi contiamo molto su di te. Perciò ascolta bene: più su Serafini, Cherubini e Troni ti hanno istruito sul <i>possibile</i>, noi ti parleremo del <i>necessario</i>. Alcune cose sono necessarie, altre no. E il modo più semplice per riconoscere le prime tra le seconde, è porsi sempre un po’ più in alto di quell’io che tu là sarai, e preoccuparti non solo di te ma di molti...»<br /><br />«Ma come!» potresti aver obiettato tu a questo punto. «Adesso devo cominciare a diventare me stesso, e voi mi dite che devo restare più grande di me? Devo scendere in quella Sfera umana o no?» «Certo» fu probabilmente la risposta, «ma proprio questo è il punto. Ti troverai bene laggiù, e sarai fiero e saremo fieri di te, se con una parte di te sarai soltanto te stesso, e con l&#039;altra sarai ancora un po’ qui in alto: <b>sarai soltanto te stesso nel prendere le tue decisioni</b> e nell’agire, e sarai ancora quassù nei moventi delle tue decisioni. Allora tutto andrà bene. A proposito, sai cos’è, esattamente, il bene e in che cosa si distingue dal male? Ora te lo spieghiamo...»<br />E te lo spiegavano.<br /><br />Continua<br /><br />]]></description>
	</item>
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		<title>69. LE DOMINAZIONI E LE DUE SEPHIROTH AZZURRE</title>
		<link>http://www.nonsoloanima.tv/sibaldi/index.php?entry=entry090723-130117</link>
		<description><![CDATA[<img src="images/69_BattisteroFI.jpg" width="268" height="270" border="0" alt="" id="img_float_left" />La prossima volta che capitate a Firenze, andate a visitare il Battistero, davanti al Duomo. Ci sarà sicuramente un po’ di coda, ma vale la pena. Una volta entrati, guardate in alto, e nella cupola li vedrete tutti quanti: Serafini, Cherubini, Troni e Dominazioni e poi tutti gli altri, con sotto le loro scritte – come per gli ospiti in televisione, solo che nel Battistero le scritte sono in latino. Noterete che le <i>Dominationes</i> hanno un tono azzurrino, e accanto a loro le <i>Potestates</i> (le Potestà) hanno un tono un po’ più intenso, quasi blu. Sono appunto i <b>colori tradizionali</b> di queste due Gerarchie angeliche, che nell’Albero della Vita si trovano in posizione simmetrica: le Dominazioni sulla Colonna di destra – quella dell’abbondanza, della grazia – e le Potestà sulla Colonna di sinistra – quella della riflessione accurata, della razionalità, del giudizio rigoroso. Sono entrambe azzurre proprio perché, oltre che simmetriche, hanno la medesima funzione: <b>insegnano, a chi dovrà nascere, il CORAGGIO</b>. Ciascuna lo fa, naturalmente, a suo modo. <br /><br />La Quarta Sephirah, quella appunto delle Dominazioni, si occupa del coraggio di usare i propri talenti, di precisare i propri desideri (di «non fare sconti a Dio», come usa dire una mia cara amica) e di <b>non lasciarsi opprimere</b> dai propri umori cupi o dalle circostanze negative – e non per nulla il primo Angelo delle Dominazioni è proprio Nithihayah, che pone ai suoi protetti un’unica scelta: o abbracciano la difficilissima ed entusiasmante carriera di strega (nel senso migliore del termine) o per tutta la vita si sentiranno inutili e assurdi. La Quinta Sephirah, quella delle Potestà, si occupa invece del coraggio di vedere e affrontare i propri difetti, di <b>rifiutare le illusioni</b> su se stessi e sugli altri. <br /><br />Quanto all’azzurro, ne ho scoperto il senso soltanto poco tempo, conversando con un altro mio caro amico, Maurizio Zanolli, pittore, filosofo, autore di una originalissima teoria dei colori (vi consiglio caldamente di andare a vedere i suoi spettacoli): secondo Maurizio, <b>i colori</b> sono uno dei linguaggi dell’uomo e della natura al contempo, e probabilmente anche di Dio; <b>sono come lettere</b>, e in tutto ciò che ci circonda formano parole ben chiare, dimodoché chi impara a conoscerli può cominciare a dialogare con tutto ciò che lo circonda, e farsi raccontare che cosa tutto significhi, e che cosa – inconsapevolmente di solito – abbiano voluto dire a se stessi gli uomini usando certi colori invece di altri. «Magnifico! E <b>l’azzurro</b>?» gli ho domandato. «L’azzurro» mi ha risposto (e Maurizio non si intende di Qabbalah) «<b>è la risolutezza, la decisione, l’assunzione di responsabilità</b>. Guarda tu stesso: che cosa vedi di azzurro, intorno a te? Decifra.» Ho provato a decifrare, e ho constatato che ha ragione. Mi sono sempre piaciute molto le teorie che trovano conferma OVUNQUE POSI LO SGUARDO.<br /><br />Continua<br /><br />]]></description>
	</item>
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		<title>68. LA LIBERTÀ E OLTRE </title>
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		<description><![CDATA[Ed eccolo qua, un campione assoluto di <b>libertà individuale</b>, l’Angelo dei Robin Hood, Khahewuyah. E dire «libertà», in questo caso, può risultare riduttivo, può magari far pensare a un ideale, a un valore universalmente riconosciuto, come quelli che piacciono ai Nelka’el: ma questo Trono non si lascia imbrigliare in nulla del genere. La sua libertà somiglia piuttosto un avventuroso arbitrio, <b>fieramente indifferente </b>a tutto che gli uomini sono abituati ad approvare o biasimare. Non ha neppure bisogno della disobbedienza dei La’awiyah – cioè di una qualche obbedienza alla quale contrapporsi, e dalla quale dunque dipendere in qualche modo (si sa che i ribelli rimarrebbero disoccupati, se non ci fossero tirannie ed oppressioni). <img src="images/67_Rob.jpg" width="267" height="256" border="0" alt="" id="img_float_right" />E non si pone nessun dovere programmatico, ai differenza dei Kaliy’el, che mettono subito da parte le loro sregolatezze quando si tratta di intervenire in qualche emergenza. Macchè: Khahewuyah è sregolato e basta, e quando i suoi «protetti» aiutano qualcuno nei guai, ci si può tranquillamente aspettare che lo derubino cinque minuti dopo... E tutto ciò, senza né scrupolo né rimorso. Nei vecchi codici di Angelologia gli si attribuisce addirittura la capacità di «far assimilare ai suoi protetti le cattive azioni che hanno commesso, perché non abbiano a subirne conseguenze karmiche» (*): cioè nessun fio da pagare, né in questa vita, né nelle prossime! <br /><br />E ciononostante (o appunto per ciò) la funzione di questo strano Angelo è fondamentale: non solo perché è <b>l’antidoto del senso di colpa</b>, come spiego nel ritratto, ma perché al contempo garantisce alla Terza Sephirah quell’amplissima visuale che le occorre per svolgere il suo compito, che è quello di comprendere e di organizzare i destini. Khahewuyah ha cioè una funzione molto simile a quella che nel cattolicesimo è attribuita a Maria, l’«intercessione per i peccati», e che nel materialismo dialettico (in Marx e Engels, cioè) viene formulata nel famoso Terzo Principio, la «legge della negazione della negazione»: ogni sintesi diventa necessariamente la tesi di una nuova antitesi che porterà a una nuova sintesi. In altre parole: tutte le volte che ti sembra di aver risolto perfettamente un problema, è bene che tu ti accorga che sei soltanto <b>all’inizio di un problema nuovo</b>. Senza questo principio, l’evoluzione umana non farebbe più un passo avanti, così come senza l’intercessione dei peccati l’umanità sarebbe tutta quanta bloccata, ipnotizzata dal proprio passato. La Terza Sephirah deve, invece, far andare avanti tutto il sistema e tutti noi. Deve perciò includere <b>la contraddizione</b>: deve poter contare su un tipo, appunto, come l’Angelo di oggi, che saboti il meccanismo di registrazione del passato e in tal modo faccia più spazio per il presente e il futuro. <br /><br />A questo riguardo vi racconto un fatto personale: nell’inverno del ’97 stavo terminando un mio libro, <i>I maestri invisibili</i>; ci avevo lavorato per due anni, e nell’ultimo periodo mi ci ero impegnato talmente da non trovare nemmeno più un momento per salvare, né tantomeno per stampare quello che scrivevo. E tre giorni prima della consegna alla casa editrice, il dischetto (allora si usavano i dischetti) mi si smagnetizzò. Andò tutto perduto. Ero disperato. Trecento pagine! Passai una giornata tremenda, e il mattino dopo ricominciai a scriverlo daccapo. Ottenni dal redattore un paio di settimane in più, e due settimane dopo consegnai le nuove trecento pagine, molto migliori della stesura perduta, e il libro andò benissimo. Non è un vero peccato non poter fare così MOLTO SPESSO, anche in altri campi delle nostre esperienze? Khahewuyah sa come riuscirci. Chiedeteglielo.<br /><br />(*) HAZIEL, Il grande libro delle invocazioni e delle esortazioni, Milano 2oo6.<br /><br />Continua<br />]]></description>
	</item>
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		<title>67. LE APPARENTI COINCIDENZE</title>
		<link>http://www.nonsoloanima.tv/sibaldi/index.php?entry=entry090713-121906</link>
		<description><![CDATA[Il 14 luglio è, come ben sapete, la festa della Rivoluzione Francese; il 4 luglio è la festa della Rivoluzione americana. Due rivoluzioni «protette» dai Troni, e tutt’e due alla fine del Settecento. Non solo, ma il 4 luglio cade proprio sotto Nelka’el, l’Angelo dei liberatori: e gli americani, con la loro rivoluzione, si liberarono dal dominio inglese; mentre il 14 luglio è sotto l’Angelo della realizzazione dei desideri di molti, e decisamente la presa della Bastiglia fu una rivendicazione popolare, contro i privilegi di pochi. <img src="images/67_co.jpg" width="280" height="225" border="0" alt="" id="img_float_left" />Sono un po’ troppe queste coincidenze, per far pensare a un semplice caso della sorte. E in realtà, alla fine del Settecento vi erano numerose correnti e sette (la massoneria innanzitutto) che andavano accuratamente riscoprendo e studiando l’esoterismo ebraico, e ne valutavano l’efficacia, e ne cercavano le origini – in Egitto, naturalmente. Guardacaso, solo pochi anni dopo il giovane Napoleone fu incaricato d’una campagna di guerra in Egitto e lì (come per caso!) si scoprì la Stele di Rosetta, da cui si dedusse un metodo per decifrare i geroglifici. In seguito, questo interesse sembrò perdersi, in Francia; ma rimase ben evidente negli Stati Uniti: non per nulla, sulla banconota da un dollaro finì per comparire una piramide, e durante l’ultima guerra mondiale la bomba di Hiroshima venne sganciata il 7 agosto, sotto l’Angelo di chi trionfa nelle guerre, e quella di Nagasaki (assurda, a guerra già finita) l’11 agosto, sotto l’Angelo dell’impulso distruttivo fine a se stesso. Altre coincidenze? No di certo. <br /><br />Emerge qui, invece, quello strano filone esoterico della politica occidentale, a cui sono stati dedicati tanti studi interessanti negli ultimi anni. C’è l’elemento cabbalistico settecentesco in America, e ci sono anche le correnti oscure della Germania hitleriana, e l’elemento templare nella Russia sovietica – in quel KGB che dagli anni Settanta ha controllato segretamente l’Urss, ha salvato la Russia dal completo sfacelo e ora la sta guidando, sempre più apertamente. Per quanto i benpensanti di tutto l’Occidente si facciano un obbligo di considerare l’esoterismo come una congerie di vecchie superstizioni, va riconosciuto che le ragioni di buona parte della nostra storia vadano cercate anche lì. E questo è un bene o un male? <br /><br />Tutto sommato è un male, io credo. La politica, gli Stati si fondano sull’autorità, sull’esecuzione di ordini, e la ricerca spirituale non ha niente a che fare con l’autorità di capi politici – per quanto buone possano apparire a loro stessi le loro intenzioni. Non ha appena entra in contatto con un sistema politico, tutto ciò che è spiritualità subisce una «meccanizzazione» – come la chiamava il filosofo delle religioni che più ho amato in Italia, Furio Jesi (se avete voglia di cercarlo in biblioteca, leggete il suo libro <i>Germania segreta</i>). Un politico sa sempre dove DEVE andare, quali risultati DEVE raggiungere e quali DEVE invece evitare, mentre un cercatore spirituale non lo sa mai, se non dopo che li ha raggiunti e superati. Un politico deve dunque pianificare, dirigere, limitare inevitabilmente quel tanto di spiritualità che ha intenzione di adoperare, e in tal modo la «meccanizza», e ne fa necessariamente, nel migliore dei casi, uno pseudo-totem, o un tabù. Meglio evitare. Come si legge nei Vangeli, una volta Gesù fece una delle sue moltiplicazioni dei pani, e alcune persone lì presenti, vedendo e intuendo le potenzialità politica di quel suo comunismo, pensarono che sarebbe stato utilissimo fare di lui un leader politico:<br /><br />ma Gesù, avendo saputo che stavano per venire a prenderlo e farlo re, si ritirà di nuovo sulla montagna, da solo.<br />Giovanni 6,15.<br /><br />(È ovvio che a questo punto qualcuno potrebbe farmi notare che ci sono degli Stati millenari nei quali la politica utilizza la spiritualità per reggersi: il Vaticano, il Tibet. Sono certamente fenomeni interessanti, e non mi attira l’idea di aver ragione <i>contro </i>qualcuno. Ma per conto mio, preferisco chi esplora l’invisibile per conto suo, nella sua libertà individuale).<br /><br />Continua]]></description>
	</item>
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		<title>66. PERCHÉ?</title>
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		<description><![CDATA[L’Angelo di oggi e i due successivi sono (e proteggono) gli specialisti dell’autosuperamento. Yeyay’el è <b>l’imboccatura del porto</b>: e per i cercatori spirituali non vi è situazione che non possa essere vista come un porto in cui si sta momentaneamente sostando. Milahe’el è <b>l’antidoto all’egoismo</b>: il magnifico talento che concede ai suoi «protetti» è quello di scoprire cosa vogliano gli altri e di realizzare i loro desideri. E Khahewuyah è maestro nello sradicare dagli animi <b>la voglia di aver ragione</b>, dalla quale dipendono tanti mali che ci affliggono: vanità, orgoglio, ira, sconforto, senso di incomprensione, pessimismo e via dicendo. <br /><br />È chiaro che, seguendo questi Troni, si rischia facilmente di ritrovarsi esclusi da quella che per i nostri contemporanei è la normalità, oppure – tutte le volte che il coraggio verrà meno – di sentire la normalità stessa, e il nostro adeguamento ad essa, come una radicale, bruciante sconfitta, come un tradimento di sé. <br /><br />Del tutto legittimamente, i «protetti» di questa Terza Sephirah potrebbero dunque domandarsi due cose: primo, perché dopo tanti millenni che Dio (Ain Soph, Elohim, Yahweh) governa il mondo,<b> quella normalità</b> è ancora così soffocante? Secondo: qual era il Progetto iniziale (che evidentemente va a rilento), che cosa avevano in mente Dio e i suoi altissimi Angeli, quando completarono e misero in moto quest’Albero della Vita? Provate a porre voi queste questioni alla vostra parte angelica (non potete sbagliare, è proprio in fondo al cuore, domandate lì e sentirete la risposta, se riuscite a star zitti interiormente) e vediamo cosa vi dice. Per quel che ne so io, dalle mie letture e decifrazioni, la normalità che ai «protetti» dei Troni appare tanto stretta e scomoda ha proprio il compito di far apparire, risaltare e <b>fruttare le loro qualità</b>, i loro aspetti migliori, che altrimenti essi non conoscerebbero mai. <img src="images/66_fiss.jpg" width="259" height="212" border="0" alt="" id="img_float_right" />E il Progetto iniziale, a mio parere, doveva assomigliare molto a quell’immagine del Tao che certamente conoscete: il bianco e il nero contrapposti. Come dice Mago Merlino ne <i>La spada nella roccia </i>di Disney: <br /><br />For every up there is down,<br />for every square there is round,<br />for every high there’s a low...<br /><br />Canzoncina taoista anche questa: «per ogni su c’è sempre un giù, per ogni quadrato c’è sempre un cerchio, per ogni alto c’è sempre un basso...» E Mago Merlino prosegue raccomandando al suo pupillo Semola (il futuro re Artù) di puntare in alto, di «non essere una mediocrità»: questo è il gioco, gli spiega, prova e vedrai, e ricorda:<br /><br />Nothing venture, nothing game!<br /><br />Cioè: chi non risica non rosica, e letteralmente «se non fai la tua puntata, non ti diverti!» Credo che il mago avesse ragione, tanto più che in quel punto del film si era nel pieno dell’iniziazione di Semola (ricordate? Erano sott’acqua, trasformati in pesci) e Merlino gli stava rivelando, come deve fare ogni buon iniziatore, i segreti di tutto. Avevano dunque in mente un gioco, lassù, quando si misero all’opera? Direi di sì, e mi sa che da millenni si stiano appassionando e divertendo non poco, e noi potremmo fare lo stesso, se ce ne accorgessimo più di frequente.<br /><br />Continua]]></description>
	</item>
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		<title>65. I LIBERATORI </title>
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		<description><![CDATA[Oltre che di raccontare, descrivere e magari profetare, è bene che i cercatori spirituali si preoccupino anche di FARE – di manifestare cioè le loro superiori conoscenze anche sotto forma di <b>azioni estremamente concrete</b>. Non tutte le confessioni cristiane sono d’accordo su questo punto (tra protestanti e cattolici, per esempio, si accesero qui lunghe dispute) ma le Scritture, su questo punto, sono chiarissime: «il Regno di Dio non sta nelle parole, ma nei poteri» dice per esempio Paolo (<i>Prima lettera ai Corinti</i> 4,20). E lo splendido Giacomo precisa:<br /><br />A che serve, fratelli, se uno dice di aver la fede ma poi non fa? Credete che quella fede lo salvi? Se un fratello o una sorella non hanno da vestire e da mangiare, e uno di voi dice loro: «Andate in pace, a riscaldarvi e a saziarvi» ma non date loro ciò di cui hanno bisogno, a che serve?.. Al contrario, uno potrebbe dire: tu hai la fede, ma io le cose le faccio. Tu mi mostri la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti farò vedere cos’è la mia fede.<br /><i>Giacomo 2,14</i><br />  <br />La parola «fede», per i cristiani di quell’epoca, indicava appunto la <i>superiore conoscenza</i> che si ottiene nelle dimensioni spirituali. E poi, naturalmente:<br /><br />Non chi mi dice «Signore, signore» entrerà nel Regno dei Cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio, che è nei cieli.<br /><i>Matteo</i> 7,21<br /><br />E qui «Regno dei cieli» indica appunto quella dimensione eterna che, nella mistica ebraica, corrispondeva alle dieci Sephiroth che, nell’Albero della vita, salgono al di sopra dell’ultima, chiamata «il Regno» della terra.<br /><br />L’Angelo di oggi ha anche il compito di porre in risalto questo aspetto della questione. Annovera numerosi liberatori (sia veri, sia presunti tali) tra i suoi «protetti»; e, come forse vi sarà capitato di notare tra i vostri conoscenti, capita non di rado ai nelkaeliani di sentirsi assai nervosi e infelici, senza riuscire a spiegarsi perché, QUANDO SONO TROPPO INDIFFERENTI AI GUAI ALTRUI. Ma se non siete nati proprio in questi giorni, o se intorno a voi non notate nulla che richieda un vostro urgente intervento eroico, tenete presente che la lezione di Nelka’el, valida per tutti senza eccezioni, è di cominciare ad accorgersi di quanto ognuno di noi è <b>prigioniero delle proprie circostanze di vita</b>. Le «opere» e i «poteri» di cui parlano Paolo, Giacomo e Gesù cominciano proprio da qui. Tutti noi abbiamo <i>moltissimo da fare</i>, molte oppressioni da distruggere in casa nostra, nella nostra stanza. Altra citazione utile:<br /><br />Tu dici: «Sono ricco, non ho bisogno di nulla». Ma non sai di essere invece un infelice, un miserabile, un povero, cieco, nudo.<br />Apocalisse 3,17.<br /><br />Vi dicono nulla queste parole di diciannove secoli fa? E state pur certi che non appena comincerete a indignarvi per le vostre personali «povertà», anche le povertà altrui vi risulteranno molto più evidenti.<br /><br />Continua<br />]]></description>
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		<title>64. LA RISALITA</title>
		<link>http://www.nonsoloanima.tv/sibaldi/index.php?entry=entry090627-113029</link>
		<description><![CDATA[Uno dei compiti principali dei cercatori spirituali (e tutti lo siamo un po’, anche se non tutti si accorgono di esserlo) consiste nel ritrovare una dopo l’altra le fasi, le Sephiroth, che si sono attraversate nell’Albero della vita. Per nascere nel nostro mondo – cioè nell’ultima Sephirah – occorre discendere lungo i percorsi dell’Albero, e per ritrovare quel che l’Aldilà ci ha insegnato bisognerà dunque <b>risalire</b>, elevandosi dapprima al di sopra dell’ultima Sephirah, poi al di sopra della penultima, poi della terzultima e così via fino a Kether: il che diviene, al tempo stesso, un viaggio nella nostra più profonda memoria e nelle strutture dell’Universo. <img src="images/64_path.jpg" width="210" height="280" border="0" alt="" id="img_float_left" />Tutti – spiegano i cabbalisti – dovranno comunque compiere questo viaggio, dato che alla fine della vita l’anima ritorna verso Kether; ma chi lo compie vita natural durante ha accesso a conoscenze meravigliose, a gradi supremi di consapevolezza (del tutti simili a quelli che Castaneda definisce «il divenire deliberatamente consapevoli») e una dimensione vitale superiore al tempo, l’<i>aionios bios</i>, come è chiamata nei Vangeli, il «vivere nell’eterno». <br /><br />Nell’Angelo di oggi troviamo qualche utile consiglio, per organizzare la risalita. Avete letto nel suo ritratto che Pehaliyah riserva ai suoi «protetti» una intensissima energia sessuale ed erotica, e che compito dei pehaliani è sublimarla, trasformarla cioè in forme di energia differenti, via via più spirituali e più vaste. Ma avete notato che trascendere, per quest’Angelo, non significa affatto abbandonare. Così come in simbolo il contenuto non abolisce mai la forma che lo esprime, allo stesso modo nella trascendenza (e in genere nel risalire le Sephiroth durante la vita) NON OCCORRE distaccarsi mai dai livelli inferiori. Crescere non è amputarsi qualcosa. <br /><br />E così come anche i pehaliani più evoluti conservano sempre le loro capacità seduttive, allo stesso modo anche tutti gli altri cercatori spirituali diventano non viaggiatori scomparsi nell’Aldilà ma <b>intermediari</b>, tramiti, <i>israeli </i>(v. la puntata 8) <b>tra la terra e il cielo</b>. Devono tornare a raccontare, devono esprimersi in modo che li si capisca: devono dunque mantenere una coesione con il linguaggio e con le menti di chi è rimasto più in basso. Appunto perciò, nelle mappe dell’Albero della Vita, i sentieri o canali che collegano tra loro le varie Sephiroth sono esattamente <b>ventidue</b>, come le lettere dell’alfabeto ebraico, e ciascuno di essi È anche una di queste ventidue lettere. Come a dire: quanto più sali, tanto più ti impadronisci dei poteri del linguaggio, tanto più ti accorgi di cosa sia il linguaggio (le lettere, le parole) che usi, e dunque tanto più preciso e potente sarà il tuo modo di comunicare con gli altri uomini. Forse anche perciò una delle caratteristiche dei pehaliani è (e se ancora non lo è in alcuni, deve diventarlo) la ricchezza, la persuasività del loro parlare.<br /><br />Continua]]></description>
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		<title>63. I PONTI SULLA SOGLIA  E LA PRIMA ETERNITÀ</title>
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		<description><![CDATA[Dicevamo, un paio di puntate fa, dell’attrazione che l’estero esercita sui «protetti» dei Troni: ed era, naturalmente, un simbolo – cioè una descrizione trasparente, di cui cogli il significato soltanto per intravvedere un altro significato più in là, e poi un altro, e un altro ancora. Proviamo a seguire queste trasparenze. <b>L’estero</b>, per i Troni, è ciò che sta al di là di un confine, e <b>al di là di qualunque confine</b>, e contemporaneamente al di là del Confine – ovverosia di tutto ciò che per te può rappresentare un confine.<br /> <br /><img src="images/63_Horizon.jpg" width="280" height="270" border="0" alt="" id="img_float_right" /> E dunque il confine di una nazione; e il confine dell’ambiente che sei abituato a frequentare, e al quale perciò appartieni finora (e spesso non si ha idea della misura in cui APPARTENIAMO a un ambiente, dei limiti, cioè, che esso pone alla formulazione delle nostre scelte personali); e il confine delle certezze che hai accumulato finora, e sulle quali – quasi senza accorgerti – è costruita tutta la tua immagine della realtà; e il confine di un tuo pensiero, di un ragionamento che a te sembra compiuto, esauriente, e invece si è soltanto esaurito e non aspetta altro che di venir superato; e il confine della tua vita; e il confine del tuo corpo (che la maggior parte di noi identifica soltanto con il corpo visibile, mentre abbiamo altri corpi, non meno reali ed efficaci di quello); e il confine del tuo tempo, inteso sia come tua Epoca (la dimensione storico-culturale a cui appartieni), sia come tuo orizzonte temporale (ovvero ciò che tu chiami il tuo presente, il tuo adesso, e che è a sua volta molto più grande di quel che si crede, proprio come l’estensione dei tuoi corpi)... <br /><br />Ecco, tutte queste tue dimensioni hanno un Aldilà, un ESTERO, e <b>i Troni sono maestri nel farlo scoprire</b>, come spiega il ritratto dell’Angelo di questi giorni, l’estremamente creativo e curioso Lewuwiyah, i cui «protetti» ben riusciti vedono ogni QUI E ORA come una specie di prigione da cui progettare al più presto un’evasione. <br />La ragione per cui i Troni sono talmente esterofili sta anche nella particolare posizione della loro Sephirah, che costituisce appunto il confine di quello che nella Qabbalah si chiama «il primo ‘olam», cioè il Primo Mondo o anche la Prima Eternità (<i>‘olam</i> in ebraico ha infatti entrambi i significati, un po’ come la celebre parola greca <i>Aiòn</i>). Questa Prima Eternità comprende le tre Sephiroth più alte nell’Albero della Vita: Kether, Khokmah e Biynah (in angelologia: Serafini, Cherubini e Troni). È la prima propaggine, il portale dell’energia dell’Infinito, dell’Ain Soph: in gergo cabbalistico prende il nome di <i>‘olam ha-atsiluth</i>, «Mondo dell’Emanazione», perché la si immagina come una dimensione emanata direttamente da quell’Infinito Divino. Per tutto ciò che, nell’Albero della Vita, viene dopo di essa, <b>la Prima Eternità è L’ALDILÀ SUPREMO</b>, da cui tutto ha principio, e in cui tutto si rivela... <br /><br />E la memoria di questa dimensione è rimasta chiaramente impressa nei «protetti» di Lewuwiyah:<br /><br /><img src="images/63_Let.jpg" width="74" height="61" border="0" alt="" id="img_float_left" /><br />ovvero L: «il crescere sempre oltre»; e la doppia W: «ciò che può precludermi la via» e che va sciolto, risolto, compreso, superato sempre, per ritrovare il rapporto con il Primo ‘Olam.<br /><br /><br /><br /><br />Continua<br />]]></description>
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		<title>62. GLI SCANDALI</title>
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		<description><![CDATA[Nel nome della terza Sephirah, <i>Biynah</i>, compaiono le due lettere che in ebraico significano «figlio»: BN. E infatti uno dei compiti che la tradizione attribuisce ai Troni è proprio quello di individuare coloro che saranno i vostri genitori. Certo, è ben chiaro il senso simbolico: dicevamo la scorsa puntata che questi Angeli ti insegnano a <b>capire da cosa derivino le cose</b>, i fenomeni, i fatti del mondo, e dunque a «trovare i genitori», le origini, le cause di tutto. Ma non avviene mai che il contenuto di un simbolo annienti la sua forma: e siete perciò liberissimi di immaginare che, proprio quando soggiornavate in Biynah, i Troni nelle loro maestose vesti grigio-mercurio (tale è il loro colore) scelsero insieme con voi la donna e l’uomo da cui poi voi sareste nati, E NON SARETE LONTANI DAL VERO. Poi, naturalmente, si sarebbe trattato di farli incontrare, conoscere, andare d’accordo quanto bastava – ma a questo avrebbero provveduto gli Angeli di altre Sephiroth più vicine alla terra. Ai Troni importava soltanto il piacere della pianificazione, il progetto di una B adeguata alle vostre future caratteristiche...<br /><br />Non deducetene tuttavia che i Troni – e i loro «protetti» -  siano particolarmente legati ai valori coniugali, alle famiglie ben compatte. Tutt’altro! In primo luogo, chi ha mai detto che occorra per forza una famiglia rispettosa delle istituzioni, per mettere al mondo un nuovo individuo? La storia sacra è, viceversa, piena di personaggi illustri nati e cresciuti al di fuori dei vincoli famigliari tradizionali: da Mosé, a Salomone, fino allo stesso Gesù, il cui babbo notoriamente non era il falegname Giuseppe.<br /> <br /><img src="images/62_Scandali.jpg" width="276" height="210" border="0" alt="" id="img_float_right" />In secondo luogo, vi ho già detto della <b>tendenza alla disobbedienza</b>, che è specifica di questa Sephirah. E i «protetti» dell’Angelo di oggi – disobbedientissimi! – hanno appunto nei rapporti sentimentali e sessuali uno dei loro prediletti territori di irregolarità. Nel loro ritratto spiego che sono portati agli scandali, cioè a creare addirittura imbarazzo con i loro comportamenti. È male ciò? Secondo le traduzioni consuete dei Vangeli è assai riprovevole: se avete a casa un’edizione delle Scritture potete infatti leggere questo passo molto minaccioso:<br /><br />È inevitabile che avvengano gli scandali; ma guai a colui per il quale avvengono! Sarebbe meglio per lui che gli fosse messa al collo una macina da mulino, e che fosse gettato in mare, piuttosto che scandalizzare uno solo di questi piccoli.<br /><i>Luca</i> 17,1-2<br /><br />Ma badate, è un grave errore di traduzione. Nel testo greco la parola «scandalo» è <i>skandalon</i>, che significa non già «comportamento contrario alla morale corrente» bensì «insidia, tranello, trappola». Quelli con cui Gesù se la prende qui, dunque, non sono gli irregolari, ma i falsi maestri, i mascalzoni che ingannano chi si fida di loro – ivi compresi quelli che hanno tradotto così male un testo che in greco era tanto chiaro. Quanto invece agli <b>«scandali»</b> come li si intende di solito, sapete bene che <b>Gesù non ha mai smesso di provocarne</b> per tutta la sua vita pubblica, da quando rovesciò i tavoli dei cambiavalute nel Tempio fino a quando prese Maddalena come discepola prediletta. In un altro passo di Luca si legge:<br /><br />Se ne andava predicando. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti maligni e da varie infermità: Maria di Magdala, Giovanna moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che si aiutavano con i loro beni.<br /><i>Luca</i> 8,1-3<br /><br />Notate che quella tale Giovanna era moglie – e non vedova o ex moglie – dell’amministratore di Erode: ma seguiva Gesù, e non occorre grande perspicacia per accorgersi che l’intento dell’evangelista, qui, era di far notare un comportamento che chiunque all’epoca avrebbe considerato compromettente. Per non parlare poi delle critiche dei farisei:<br /><br />«Perché il vostro Maestro è sempre a tavola con pubblicani e peccatori?»<br /><i>Marco</i> 2,16.<br /><br />Se il Natale non fosse il 24 dicembre, Gesù potrebbe benissimo esser nato in questi giorni di giugno, sotto l’Angelo di Superman e dei moralmente insopportabili.<br /><br /><br />Continua<br /><br />]]></description>
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		<title>61. GLI ANGELI DELLA TERZA SFERA</title>
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		<description><![CDATA[<img src="images/61_Lauviah_2.jpg" width="229" height="208" border="0" alt="" id="img_float_right" />Con l’Angelo di oggi si entra nella terza Sephirah, chiamata <i>Biynah</i> – da <i>biyn</i>, che in ebraico è «il capire». Biynah, infatti, è soprattutto la fase dell’Intelligenza: B-Y-N, cioè «la consapevolezza (B) di come si manifestino (Y) le cose create (N)». Qui dunque ognuno di noi ha imparato a <b>scoprire</b> da che cosa derivi,<b> a cosa appartenga</b>, in che cosa sia contenuto (B) tutto ciò che può cominciare a esistere (YN). Da qui, evidentemente, si poteva contemplare l’intero sistema (B) dell’Albero della Vita, e gli Angeli di Biynah, i cosiddetti <b>Troni</b>, te lo descrivevano nei dettagli, con precisione rigorosa: come vi ho infatti accennato nella scorsa puntata, la «Colonna di sinistra» dell’Albero – alla quale appunto appartiene Biynah – è quella che corrisponde al nostro emisfero cerebrale sinistro, e perciò alla nostra esigenza di confini, delimitazioni, nette proporzioni, calcoli, meccanismi... <br /><img src="images/61_Lauviah.jpg" width="138" height="192" border="0" alt="" id="img_float_left" /><br />Nei «protetti» dei Troni (da oggi fino al 23 luglio), quando tutto va bene, rimane assai pronunciata questa voglia di <b>comprendere sempre più in là</b>, di risalire con l’intelletto <b>dal visibile all’invisibile</b>. E proprio da questa voglia – e dal rifiuto di accontentarsi di ciò che già si sa di qualcosa – deriva anche la loro proverbiale tendenza alla <b>disobbedienza</b>. Voi magari noterete qui una contraddizione psicologica: siamo nella «Colonna di sinistra», così precisa e rigorosa, eppure queste settimane pullulano di compleanni di ribelli, di <i>outsider</i>, di eretici. Ma è facilmente comprensibile, e proprio in termini di psicologia spicciola: proprio perché nella loro mente sono talmente precisi e rigorosi, i «protetti» dei Troni tendono a non tollerare la precisione e la rigorosità altrui. La trovano insufficiente, approssimativa, e quanto più sono fedeli a se stessi ed estroversi, tanto più li prende la smania di <b>buttare all’aria i sistemi altrui</b>, o di ignorarli totalmente, per costruire i loro sistemi. Anche per questo, forse, sono così spesso esuli o <b>perenni viaggiatori </b>(Dante, Yeats, Che Guevara, Stravinski, Hermann Hesse, la Fallaci, Garibaldi, Hemingway...): perché in patria risultano facilmente antipatici a moltissimi. E non che vi sia nulla di male: vi ricordate? «Lascia la casa di tuo padre, la tua patria... e va&#039; a cercare te stesso». Ai cercatori spirituali l’estero fa sempre bene.<br /><br />Continua]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.nonsoloanima.tv/sibaldi/index.php?entry=entry090606-101339">
		<title>60. LA TECNOLOGIA E L’INVISIBILE</title>
		<link>http://www.nonsoloanima.tv/sibaldi/index.php?entry=entry090606-101339</link>
		<description><![CDATA[<img src="images/60_Tecnologia.jpg" width="280" height="225" border="0" alt="" id="img_float_right" />Ricordo che provai un certo stupore inquieto quando, raccogliendo i materiali per il mio libro sugli Angeli, scoprii che George Stephenson, l&#039;inventore della locomotiva, era nato sotto il Cherubino Haqamiyah. E a colpirmi non fu tanto la coincidenza (o diciamo meglio: la <i>coerenza</i>) tra l’idea di comprimere il vapore per produrre lavoro, e la principale dinamica di quest’Angelo, che è appunto compressiva (Q e M!) e produttiva: come vedrete sfogliando i ritratti angelici, di coincidenze-coerenze del genere ne capitano a decine per ciascun giorno dell’anno. Mi colpì invece questa ulteriore conferma dello <b>strano rapporto</b> che (avete mai notato?) sembra esservi tra le più celebri <b>invenzioni tecnologiche</b> e tante cose che avvengono nei <b>mondi invisibili</b>. <br /><br />Stephenson realizza, nella sua invenzione, un <b>modello meccanico di una facoltà del suo Angelo</b>: come se in qualche modo l’avesse VISTO, e non avendo le parole per desciverlo, avesse usato il metallo, i numeri, i calcoli. E Alessandro Volta, che nella sua pila RAFFIGURÒ, di fatto, il versetto «sia fatta la Tua volontà <i>come in cielo così in terra</i>», mettendo appunto in contatto un polo alto e un polo basso, e constatando che tra i due passava energia? E Edison, che produsse luce inserendo una resistenza in un circuito, non mise forse in pratica la famosa frase ««si fa più festa in cielo per un peccatore che si accorga, che non per novantanove giusti che non si accorgano di nulla»? La «festa» è la luce, i «novantanove giusti» sono il circuito, il «peccatore» è la resistenza che, attraversata dall’energia del circuito stesso, produce un fenomeno che il circuito di per sé non avrebbe prodotto mai. <br /><br />Non solo: anche nella scienza ci sono scoperte tanto archetipiche. Basti pensare alla funzione dei due emisferi cerebrali, scoperta da Perry negli anni Settanta: l’emisfero destro che non conosce limiti, e il sinistro espertissimo invece di tutto ciò che è limitato. Abbiamo già parlato di Gesù che consigliava, ai suoi discepoli in crisi, di gettare la rete a DESTRA della barca (v. la puntata 30). Ora, date un po’ un’occhiata allo <b>schema dell’Albero della Vita</b>, e ditemi se non vi ricorda il reticolo degli elettrodi di <b>un encefalogramma</b> – visto dal basso, con la Prima Sephirah che corrisponderebbe alla nuca, e l’ultima, Malkuth, alla fronte e agli occhi. In più, sappiate che le tre linee, o assi, o «colonne» dell’Albero della Vita hanno anch’esse una precisa funzione: quella centrale è l’equilibrio, quella di sinistra è la «severità», e giudica e delimita, e quella di destra è la «grazia», ovvero l’abbondanza illimitata. Come se il dottor Perry lo sapesse, o come tremila anni fa (lo schema dell’Albero della Vita è documentato nella <i>Genesi</i>) lo sapessero già...<br /><br />Voi che ne pensate? Forse è soltanto perché l’umanità non scopre veramente mai nulla di nuovo, ma non fa che riscoprire-riesprimere in modi diversi ciò che sapeva già all’inizio? O forse è perché qualche millennio fa gli uomini ne sapevano molto più di noi, al contrario di quel che noi tutti abbiamo sempre creduto? Oppure la questione è un’altra, e ancor più appassionante: forse la ricerca tecnologica e scientifica è anch’essa una forma di creatività, e come tale produce risultati solo quando chi la pratica sa raggiungere una certa intensità e altezza interiore – e da quell’altezza <b>si vedono sempre le stesse realtà</b>, come chi veleggiando lungo una costa vede le stesse cose che hanno visto tanti altri lì, prima di lui? <br /><br />Nel primo caso, non resta che dire, come Salomone, «non c’è nulla di nuovo sotto il sole».<br />Nel secondo caso, si hanno molte ragioni in più per considerare lo <b>studio dei testi sacri</b> non come una forma di archeologia, ma come una paradossale attività di <b>scavo nel nostro futuro</b> – in ciò che possiamo ancora «scoprire», e che in questi testi, appunto, era scritto già. (D’altronde, una famosa frase di Nikola Tesla, inventore geniale, era «Mia madre mi ha insegnato a cercare ogni verità nella Bibbia»). <br />Nel terzo caso, diventa decisamente urgente la voglia di saperne di più su quella costa, su quelle realtà che si vedono da una certa altezza interiore. <br />Voi quale preferite? Io le ultime due. E ci penso di continuo.<br /><br /><br />Continua<br /><br /><br />]]></description>
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