LA NOBILE VIA DEL GUERRIERO



Il Guerriero è il simbolo dell’uomo nobile e coraggioso che cerca con autentica sincerità la sua essenza, non solo per se stesso, ma per risvegliare nuova coscienza nella Terra.

Ognuno di voi può fare questa scelta ed iniziare a VIVERE.


Roberto Maria Sassone





113. IL GUERRIERO E IL MISTICISMO CRISTIANO 
Una fonte di grande conoscenza è la lettura di testi che si rifanno alla ricerca interiore di grandi anime, come Santa Teresa d’Avila. Il ricercatore sincero sarà capace di riconoscere, in un linguaggio che deve tener conto dell’epoca storica e dell’impostazione religiosa, le tappe attraverso cui debba passare chiunque si incammini nella pratica della meditazione.



La prima importante osservazione che ella fa è affermare che non tutti sono adatti ad intraprendere la via spirituale. Chi invece inizia deve impegnarsi con fatica, deve essere determinato, malgrado le continue cadute. Quindi anche Teresa sostiene l’importanza dello sforzo personale. Ma l’aspirazione viene ripagata da doni preziosi. Uno di essi è la quiete che inizia a discendere nel cuore.



L’ostacolo più grande è proprio la mente con il suo vagabondare. Teresa usa il termine fantasia: “(La Fantasia)... scatena una guerra incredibile, cercando di mettere tutto a soqquadro. (Le fantasie) vanno di qua e là, a guisa di farfallette notturne importune e irrequiete.”

Essa poi, pur ritenendo fondamentale la guida di un maestro competente, mette in guardia dai maestri mediocri perché creano più danni che se si procede da soli. Ma il Signore (il Divino) veglia ed elargisce la Grazia, se l’anelito del ricercatore è sincero.



Teresa ha anche l’accortezza di mettere in guardia i neofiti dagli errori più comuni, come volere che tutti facciano meditazione (la chiama orazione); è la tendenza a fare proseliti. Quando il ricercatore progredisce, la pienezza ed il contatto col Divino inizia a mantenersi anche nell’azione, rendendo possibile l’operare nel mondo. Questo è un aspetto fondamentale perché una spiritualità che allontana dal mondo non è a mio avviso un cammino proficuo.



Teresa descrive anche stati più avanzati di coscienza, connotati dall’estasi dovuta alla fusione col Divino. E’ il samadhi.

La pratica dell’orazione, per certi versi collegabile al japa (ripetizione di un mantra) dovrebbe essere un patrimonio fondamentale della Chiesa. Invece questa tradizione si è persa o viene svalutata.

Ecco come Santa Teresa descrive la pratica dell’orazione. “Appena vi comunicate chiudete gli occhi del corpo e aprite quelli dell’anima per fissarli in fondo al vostro cuore, dove il Signore è disceso”.



Come sempre il cuore è il crogiolo di ogni cammino.





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112. IL GUERRIERO E LA NOBILE VIA 
La Nobile Via del Guerriero è un percorso di ricerca di sé e di trasformazione che si ispira allo Yoga Integrale di Sri Aurobindo e Mère. Chiunque senta che dentro di sé si stia aprendo uno spazio di aspirazione e di bellezza ed è consapevole della responsabilità individuale nei confronti della Terra non può restare a guardare. E’ finito il tempo in cui si possa essere spettatori. Bisogna riprendersi la propria Vita, ridando Vita e Consapevolezza al nostro Corpo, così ricco di saggezza e di energia, recuperando il contatto con le emozioni più essenziali e naturali, cambiando il punto di osservazione. Ritrovare la dignità perduta ci consente di essere uomini; metterci al servizio della Terra restituisce nobiltà alla nostra esistenza.



Il guerriero conosce il valore dell’azione senza bisogno di riconoscimenti, quando la sua azione nasce dalla sua natura più autentica.

Il guerriero è capace di umiltà, quando per umiltà intende la reale conoscenza di sé, anche dei suoi bassifondi.

Il guerriero è capace di umorismo, perché non si prende sul serio, pur agendo con serietà.

Il guerriero esprime umanità perché, accogliendo la sua fragilità, la comprende anche negli altri.

Il guerriero è equanime, perché pur avendo la sua visione della vita e del mondo, sa ascoltare gli altri e sa cogliere altri punti di vista.

Il guerriero sente il Divino dentro e fuori di sé con estrema semplicità, senza volerlo definire ed ingabbiare con elaborate ideologie.

Il guerriero ama.







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111. IL GUERRIERO E LA "SPIRITUALITA' DAL BASSO" 
Spiritualità dal Basso” è il titolo di un libricino della casa editrice Queriniana scritto da due monaci benedettini, Anselm Grun e Meinrad Dufner, che esprimono una visione della spiritualità in grande sintonia con la visione del guerriero interiore.



Essi affermano che la spiritualità deve partire dalla conoscenza dei propri sotterranei, dei lati oscuri, della nostra debolezza. Solo così si evita di cadere in un ideale narcisistico di perfezione che ci rende inadatti ad incontrare davvero il Divino, arrendendosi a Lui.



Non possiamo raggiungere Dio attraverso la virtù e l’ascesi, ma soltanto riconoscendo la nostra impotenza”. “I giusti invece nel loro sforzo di perfezionamento spirituale ruotano spesso intorno a se stessi, (...) non si accorgono che il perno di tutto il loro zelo (...) non è Dio ma se stessi”. “Dobbiamo prima sporcarci le mani scavando nella terra, se vogliamo trovare il tesoro nascosto in noi”. “Troviamo dunque il tesoro in noi quando veniamo in contatto con le nostre ferite”.



Grun e Dufner rivalutano anche la psicologia in quanto strumento di conoscenza di quelle parti rimosse, che tendiamo ad ignorare per illuderci di essere migliori, coltivando un’immagine ideale di noi stessi; essi scrivono: ”Proprio i giovani si trovano nel pericolo di perseguire grandi ideali, di meditare moltissimo per diventare spirituali il più presto possibile(...) Noi abbiamo bisogno di poggiare bene per terra per poter riuscire nel rimbalzo verso Dio”. “La spiritualità dal basso esige che nel mio cammino spirituale mi confronti prima con la mia realtà, accettando anche la mia vitalità e sessualità”.



E’ rimarchevole che due monaci cattolici facciano affermazioni di tale portata. Forse questo libro segna una tendenza nuova nella Chiesa verso un ritorno ad un autentico messaggio cristiano. Tale tendenza ridarebbe una vera dignità al messaggio di Cristo, restituendoGli la sua grandezza tra gli illustri Maestri dell’umanità.



Anche lo scottante tema della sessualità viene trattato con una visione evoluta e naturale, al di fuori della colpa. Naturalmente parliamo di una sessualità libera da ombre e violenze, vissuta come inno alla vita, senza però trascurare le ferite che l’hanno svilita e deturpata. Riporto questo passo, a mio avviso, meraviglioso: “Ma si può anche sperimentare che l’eccitamento sessuale porta sempre con sé energia spirituale, che la sessualità ci ricorda ripetutamente la nostra nostalgia di fonderci in Dio con passionalità e amore, sperimentando in Lui l’appagamento pieno delle nostre nostalgie”.



I due monaci in questo libro parlano anche del tantrismo, come possibilità di ascesi, concludendo che “La sessualità è ritenuta qui una forza spirituale che ci spinge verso Dio”.





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110. IL GUERRIERO E LO YOGA INTEGRALE - PARTE III 
I requisiti fondamentali per intraprendere la Via dello Yoga Integrale, che chiamo “La Nobile Via del Guerriero”, sono tre: la tapasya (concentrazione della volontà, determinazione, buona volontà), l’aradhana (l’amore, l’aspirazione al Divino, l’invocazione del nome), il dhyana (meditazione, concentrazione interiore della coscienza). Queste sono parole di Sri Aurobindo.



Non deve sfuggire che Sri Aurobindo, parlando dell’aradhana, usa la frase “invocazione del nome” che apre alla possibilità di praticare il japa, ovvero la recitazione di un mantra. Successivamente infatti Mère darà un mantra specifico, il mantra delle cellule , per portare avanti in maniera più diretta ed efficace il processo di trasformazione della coscienza corporea.



Un altro aspetto importante dello yoga integrale è il lavoro di trasformazione della struttura dell’ego, ovvero la trasformazione della nostra mente, delle nostre emozioni e delle nostre sensazioni. Infatti il lavoro sul nostro carattere, ovvero il lavoro psicologico, consente di allentare le maglie che soffocano il contatto con la nostra essenza, che Sri Aurobindo chiama lo psichico.



Ma gli impedimenti del carattere non impediscono di iniziare la nostra ricerca spirituale, bensì diventano parte integrante di essa.



Voglio riportare un brano bellissimo che Sri Aurobindo scrive nelle Lettere sullo Yoga: “In coloro che hanno dentro di sé un sincero richiamo per il Divino, nonostante le difficoltà che la mente o il vitale possano presentare, gli assalti che possano venire, anche se il progresso è lento e difficoltoso, anche se ricadono indietro o abbandonano temporaneamente il sentiero, lo psichico finisce sempre col prevalere e l’Aiuto divino si mostra efficace. Abbiate fiducia in questo e perseverate: allora il traguardo è certo”.







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109. IL GUERRIERO E LO YOGA INTEGRALE - PARTE II 
Il guerriero ha ben presente il concetto di Forza e di Grazia, che nella sua pratica quotidiana inizierà a diventare anche un’esperienza tangibile vissuta nel corpo. La Forza discende dalla sommità del capo e già questa azione definisce la specificità di questo yoga che non privilegia il risveglio della Kundalini, l’energia cosciente che giace addormentata alla base della colonna vertebrale. C’è quindi un’azione dall’alto, una vera discesa, un Diksha.



Riporto le autorevoli parole di Sri Aurobindo: “Nel Tantra i centri vengono aperti e la kundalini risvegliata con un processo speciale: l’azione della sua ascesa viene percepita attraverso la spina dorsale. Qui invece è una pressione della Forza dall’alto...”

Nel nostro yoga non c’è un’apertura voluta dei chakra; essi si aprono spontaneamente con la discesa della Forza
”.



Per attivare la discesa della Forza, Mère ha donato uno strumento potente, efficace e progressivo: il mantra delle cellule. La ripetizione di questo mantra impregna le cellule di coscienza e collega direttamente al piano della Coscienza sovramentale. Il mantra va recitato col Cuore, in un’aspirazione consapevole, senza nessuna aspettativa, nel dono di sé, nella fiducia, nel surrender. La risposta è consequenziale, se il ricercatore è innocente. L’innocenza è la conseguenza di un perseverante lavoro di osservazione e trasformazione dell’ego.



Dice Sri Aurobindo, parlando ad un suo allievo: “Certo che potete praticare lo yoga (integrale) senza essere un grande uomo. Non c’è alcun bisogno di esserlo. Al contrario l’umiltà è la prima cosa necessaria perché chi ha ego ed orgoglio non può realizzare il Supremo”.





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108. IL GUERRIERO E LO YOGA INTEGRALE - PARTE I 
Il guerriero, come più volte ho detto, combatte la sua battaglia all’interno di se stesso, ma ciò non vuol dire che assume un atteggiamento di opposizione rispetto a ciò che considera un ostacolo nel suo modo di essere. I suoi limiti, i suoi vizi, i suoi condizionamenti, le sue paure, non sono nemici da abbattere e da distruggere. Tutto ciò che nella struttura della sua personalità impedisce la libera espressione di sé deve essere accolto, compreso e trasformato. Ogni blocco contiene in sé delle energie imprigionate, una risorsa da recuperare.



Rendere l’ego funzionale alla vita è la sua azione costante ed amorevole. Tutto può essere trasformato sul piano fisico, istintuale, emotivo e mentale. Sri Aurobindo nelle “Lettere sullo Yoga” scrive che “Lo yoga (integrale) mira in primo luogo ad entrare nella coscienza divina, dissolvendo in essa l’ego separatore (...) e in secondo luogo a far discendere la coscienza sovramentale sulla terra perché trasformi la mente, la vita ed il corpo”.



Queste parole possono spaventare e far rivolgere ad altre vie apparentemente più semplici, ma il guerriero procede per piccoli passi e non si perde d’animo. Continua Sri Aurobindo: “Si tratta di uno yoga difficile. A molti, ai più, sembrerà impossibile (...) La sadhana di questo yoga non avviene per insegnamenti mentali prestabiliti, né per forme prescritte di meditazione, ma per aspirazione, per una concentrazione rivolta all’interno di noi stessi o verso l’altro, aprendoci al Potere divino sopra di noi e alla sua azione, alla Presenza divina nel cuore”.



Nello yoga integrale la concentrazione nel cuore è fondamentale perché con essa “si diventa coscienti dell’anima o essere psichico.” La concentrazione sul cuore è più sicura della concentrazione sulla testa (sulla corona). Sri Aurobindo dice chiaramente: “E’ preferibile cominciare, se ci si riesce, con il centro del cuore”.



Il guerriero rende l’offerta del cuore anche nelle azioni della sua vita. Offre il suo camminare, lavorare, mangiare, giocare. Questa offerta riceve una risposta dai piani del Divino.



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107. IL GUERRIERO E LA PRESENZA 
L'altra sera, dopo l’incontro di meditazione, ho fatto vedere un filmato di Eckhart Tolle, autore che apprezzo profondamente perché ha raggiunto una vera semplice essenzialità nell’insegnare. I suoi discorsi sulla presenza, sull’esserci negli istanti di non mente, attraverso la percezione del flusso vitale del corpo, sono perfettamente coincidenti con la mia esperienza. Il cammino di trasformazione deve essere scarno e si riduce a pochissime operazioni, saltando le complicazioni ed i contorcimenti mentali che spesso caratterizzano la ricerca di se stessi.



Ogni momento della nostra giornata può essere occasione di coscienza, anche per pochi secondi, se decidiamo di ascoltare la sensazione corporea ed il flusso del respiro. Bisogna solo spostare l’attenzione dal flusso ininterrotto dei pensieri alla sensazione del respiro. In quei pochi secondi ESISTIAMO davvero. Poi la mente con le sue inutili proiezioni La concentrazione sulla SENSAZIONE di sé può avvenire dovunque ed in qualsiasi frangente. su ciò che dovremo fare nell’immediato futuro riprenderà rapidamente il suo potere, ma quei pochi istanti di presenza si accumulano sempre più nel tempo. Ci accorgeremo che durano di più.



Si ha il preconcetto per cui non pensare vuol dire non esistere. E’ il contrario. Senza il flusso della mente ogni esperienza, camminare, guardare un fiore od un volto, persino stare in una vettura nel traffico, diventa una sensazione di INTENSITA’. Tutti i corsi di yoga non ci servono a niente se non riportiamo nella vita la disciplina dell’esserci, del ricordo di sé, del fermarci ad ascoltare.



Non mi stancherò mai di ripeterlo: fermatevi tutte le volte che potete, fermatevi dentro anche mentre agite, ascoltate la vostra pulsazione vitale indotta dal respiro. E’ come svegliarsi da un sogno e accorgersi che esistete. Tutto diventa vivido ed intenso. La meraviglia non è nelle cose che avvengono, ma nel vostro esserci mentre avvengono. Esercitatevi giorno dopo giorno, con umiltà e semplicità, alla presenza nel respiro e vi accorgerete che inizierete a sentirvi vivi e la vita stessa inizierà a rispondervi.





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106. IL GUERRIERO E LA RELIGIONE 
Riporto due passi di una grandissima ricercatrice spirituale, Mirra Alfassa, conosciuta come la Madre, che ha condiviso a fianco di Sri Aurobindo la più eccelsa avventura della coscienza del secolo passato e dell’attuale:



La religione e lo yoga non si situano sullo stesso piano dell’essere. La vita spirituale può esistere in tutta la sua purezza se è libera da ogni dogma mentale.” “Non si deve confondere l’insegnamento religioso con quello spirituale. L’insegnamento spirituale è l’insegnamento del futuro, illumina la coscienza e la prepara alla realizzazione futura. L’insegnamento spirituale sta al di sopra delle religioni e mira alla verità globale: insegna ad entrare in relazione diretta col Divino”.



Il guerriero impara attraverso la sua esperienza diretta la verità di queste parole perché la strada che ha scelto passa attraverso la trasformazione del suo sentire, lo scioglimento dell’ego e la meditazione: questo percorso gli consente di entrare in contatto con l’Unità della Coscienza, risvegliando in sé la sua essenza luminosa che lo rende già divino, anche se non se ne rendeva conto quando era offuscato dai veli delle sovrastrutture mentali.



La mente è uno strumento prezioso in quanto capace di dare forma ai contenuti interiori, ma diventa una pessima alleata quando è talmente impregnata da dogmi ed idee precostituite da distorcere completamente la “visione”.



I ricercatori spirituali, i Maestri ed i mistici di ogni epoca e cultura non a caso, trascendendo la mente, si sono ritrovati in esperienze universali della Coscienza perfettamente condivise. Per tale motivo si può leggere Santa Teresa d’Avila ed un mistico sufi e ritrovare i semi di una stessa verità sperimentata.



Dice Sri Aurobindo: “Il fanatismo religioso appartiene ad una psicologia di tipo basso ed ignorante ed il suo stile d’azione è di solito feroce, crudele e vile”. “La spiritualità non è un’alta intellettualità né idealismo, non è un orientamento etico della mente o una purezza e austerità morali, non è religiosità o un esaltato fervore emotivo...La spiritualità nella sua essenza è un risvegliarsi alla realtà interiore del nostro essere(…)”.





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105. IL GUERRIERO MEDITA CON IL CORPO 
La meditazione non è un processo mentale, come comunemente si crede. Non bisogna operare con delle formazioni di pensiero, non bisogna sforzarsi di avere un risultato tangibile, non si devono usare delle idee che abbiano lo scopo di pilotare la concentrazione. In poche parole meditare non è pensare.



La coscienza non è la mente, ma semmai la mente è una delle funzioni attraverso le quali la coscienza si manifesta. “(La coscienza) è la nostra condizione originaria, la nostra fiamma vitale nel centro dell’essere, all’interno del corpo” scrive Maruscha Magyarosy ne “I Cinque Tibetani” – Ed Mediterranee.

Deepak Chopra dice che il corpo è la manifestazione visibile e concreta dell’intelligenza creativa, della saggezza di ogni forma di vita. La Magyarosy continua dicendo che “…bisogna fare direttamente l’esperienza che non si tratta solamente di avere un corpo, quanto piuttosto che siamo corpo, che siamo corpo animato e vivente, amore incarnato.”



Si può comprendere più facilmente da queste osservazioni il motivo per cui la forma più essenziale di meditazione avviene attraverso l’ascolto del respiro (la vipassana) che è la funzione vitale e corporea per eccellenza. Ogni forma di pensiero invece impedisce lo stato di presenza senza scopo, né intenzione, che qualifica il puro stato di coscienza nell’esserci.



Tutte le volte che siamo nella percezione corporea, non filtrata dalla mente, mentre camminiamo o facciamo un esercizio di hatha Yoga o un mudra con le mani, siamo in meditazione. Per meditare quindi non bisogna necessariamente sedersi ad occhi chiusi e stare in sé nel silenzio di una stanza, ma ogni azione della nostra vita può essere occasione di meditazione a condizione di stare nel respiro consapevole e nella percezione della pulsazione vitale del corpo.



I Tibetani considerano il corpo un “gioiello prezioso” perché in esso prende forma lo spirito.



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104. IL GUERRIERO E IL SENSO DI SEPARAZIONE 
L’attuale funzionamento dell’essere umano ha una disfunzione di base che considero il limite di ogni limite, la base della sua infelicità e di tutte le conseguenze possibili. Questa disfunzione è la percezione di essere separato dal tutto.

La separazione crea una frattura continua tra sé e gli altri, tra sé e la vita. La conseguenza è l’impellente bisogno di superare questa separazione per mezzo dell’appropriamento. L’uomo è un predatore emotivo, mai sazio, perché non riesce mai a colmare il suo bisogno di unità con i metodi della conquista, della violenza, della costrizione, dell’accumulo.



Più cerca di prendere, più diventa lancinante il suo bisogno ed il suo vuoto. La strada del possesso non funziona mai, ma lo rende sempre più insaziabile e solo. In ciò che chiamiamo amore, questo fenomeno è evidente, quando l’altro si allontana. L’abbandono procura una grande sofferenza perché evidenzia la solitudine della separazione. L’oggetto amato diventa l’illusorio depositario della nostra completezza.

Per il guerriero invece il senso dell’abbandono offre una possibilità immensa di trasformazione perché egli lo adopera per spostare l’attenzione sul suo spazio interiore alla ricerca di quell’unità e di quel contatto con la vita che è l’unico a poter vanificare il senso di separazione.



La via della soddisfazione dei bisogni non può risolvere il problema della mancanza di comunione con sé e con la Terra. Ecco perché ogni abbandono consente al guerriero di lasciar cadere un po’ del suo bisogno. Bussando con maggior intensità alla porta della propria anima, si schiude l’esperienza dell’unione, anche se per pochi istanti. Tale esperienza inizia a vanificare l’illusione della separazione e quindi dell’abbandono.

Nella sua essenza nessuno è mai solo, nessuno è mai abbandonato. Ma questa consapevolezza non può essere solo mentale. Deve trasformarsi in esperienza vissuta. Questa è una delle sfide del guerriero.



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