LA NOBILE VIA DEL GUERRIERO
Il Guerriero è il simbolo dell’uomo nobile e coraggioso che cerca con autentica sincerità la sua essenza, non solo per se stesso, ma per risvegliare nuova coscienza nella Terra.
Ognuno di voi può fare questa scelta ed iniziare a VIVERE.
Roberto Maria Sassone
L'altra sera, dopo l’incontro di meditazione, ho fatto vedere un filmato di Eckhart Tolle, autore che apprezzo profondamente perché ha raggiunto una vera semplice essenzialità nell’insegnare. I suoi discorsi sulla presenza, sull’esserci negli istanti di non mente, attraverso la percezione del flusso vitale del corpo, sono perfettamente coincidenti con la mia esperienza. Il cammino di trasformazione deve essere scarno e si riduce a pochissime operazioni, saltando le complicazioni ed i contorcimenti mentali che spesso caratterizzano la ricerca di se stessi.
Ogni momento della nostra giornata può essere occasione di coscienza, anche per pochi secondi, se decidiamo di ascoltare la sensazione corporea ed il flusso del respiro. Bisogna solo spostare l’attenzione dal flusso ininterrotto dei pensieri alla sensazione del respiro. In quei pochi secondi ESISTIAMO davvero. Poi la mente con le sue inutili proiezioni
La concentrazione sulla SENSAZIONE di sé può avvenire dovunque ed in qualsiasi frangente. su ciò che dovremo fare nell’immediato futuro riprenderà rapidamente il suo potere, ma quei pochi istanti di presenza si accumulano sempre più nel tempo. Ci accorgeremo che durano di più.Si ha il preconcetto per cui non pensare vuol dire non esistere. E’ il contrario. Senza il flusso della mente ogni esperienza, camminare, guardare un fiore od un volto, persino stare in una vettura nel traffico, diventa una sensazione di INTENSITA’. Tutti i corsi di yoga non ci servono a niente se non riportiamo nella vita la disciplina dell’esserci, del ricordo di sé, del fermarci ad ascoltare.
Non mi stancherò mai di ripeterlo: fermatevi tutte le volte che potete, fermatevi dentro anche mentre agite, ascoltate la vostra pulsazione vitale indotta dal respiro. E’ come svegliarsi da un sogno e accorgersi che esistete. Tutto diventa vivido ed intenso. La meraviglia non è nelle cose che avvengono, ma nel vostro esserci mentre avvengono. Esercitatevi giorno dopo giorno, con umiltà e semplicità, alla presenza nel respiro e vi accorgerete che inizierete a sentirvi vivi e la vita stessa inizierà a rispondervi.
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Riporto due passi di una grandissima ricercatrice spirituale, Mirra Alfassa, conosciuta come la Madre, che ha condiviso a fianco di Sri Aurobindo la più eccelsa avventura della coscienza del secolo passato e dell’attuale:“La religione e lo yoga non si situano sullo stesso piano dell’essere. La vita spirituale può esistere in tutta la sua purezza se è libera da ogni dogma mentale.” “Non si deve confondere l’insegnamento religioso con quello spirituale. L’insegnamento spirituale è l’insegnamento del futuro, illumina la coscienza e la prepara alla realizzazione futura. L’insegnamento spirituale sta al di sopra delle religioni e mira alla verità globale: insegna ad entrare in relazione diretta col Divino”.
Il guerriero impara attraverso la sua esperienza diretta la verità di queste parole perché la strada che ha scelto passa attraverso la trasformazione del suo sentire, lo scioglimento dell’ego e la meditazione: questo percorso gli consente di entrare in contatto con l’Unità della Coscienza, risvegliando in sé la sua essenza luminosa che lo rende già divino, anche se non se ne rendeva conto quando era offuscato dai veli delle sovrastrutture mentali.
La mente è uno strumento prezioso in quanto capace di dare forma ai contenuti interiori, ma diventa una pessima alleata quando è talmente impregnata da dogmi ed idee precostituite da distorcere completamente la “visione”.
I ricercatori spirituali, i Maestri ed i mistici di ogni epoca e cultura non a caso, trascendendo la mente, si sono ritrovati in esperienze universali della Coscienza perfettamente condivise. Per tale motivo si può leggere Santa Teresa d’Avila ed un mistico sufi e ritrovare i semi di una stessa verità sperimentata.
Dice Sri Aurobindo: “Il fanatismo religioso appartiene ad una psicologia di tipo basso ed ignorante ed il suo stile d’azione è di solito feroce, crudele e vile”. “La spiritualità non è un’alta intellettualità né idealismo, non è un orientamento etico della mente o una purezza e austerità morali, non è religiosità o un esaltato fervore emotivo...La spiritualità nella sua essenza è un risvegliarsi alla realtà interiore del nostro essere(…)”.
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( 5 / 1 )La meditazione non è un processo mentale, come comunemente si crede. Non bisogna operare con delle formazioni di pensiero, non bisogna sforzarsi di avere un risultato tangibile, non si devono usare delle idee che abbiano lo scopo di pilotare la concentrazione. In poche parole meditare non è pensare.
La coscienza non è la mente, ma semmai la mente è una delle funzioni attraverso le quali la coscienza si manifesta. “(La coscienza) è la nostra condizione originaria, la nostra fiamma vitale nel centro dell’essere, all’interno del corpo” scrive Maruscha Magyarosy ne “I Cinque Tibetani” – Ed Mediterranee.

Deepak Chopra dice che il corpo è la manifestazione visibile e concreta dell’intelligenza creativa, della saggezza di ogni forma di vita. La Magyarosy continua dicendo che “…bisogna fare direttamente l’esperienza che non si tratta solamente di avere un corpo, quanto piuttosto che siamo corpo, che siamo corpo animato e vivente, amore incarnato.”
Si può comprendere più facilmente da queste osservazioni il motivo per cui la forma più essenziale di meditazione avviene attraverso l’ascolto del respiro (la vipassana) che è la funzione vitale e corporea per eccellenza. Ogni forma di pensiero invece impedisce lo stato di presenza senza scopo, né intenzione, che qualifica il puro stato di coscienza nell’esserci.
Tutte le volte che siamo nella percezione corporea, non filtrata dalla mente, mentre camminiamo o facciamo un esercizio di hatha Yoga o un mudra con le mani, siamo in meditazione. Per meditare quindi non bisogna necessariamente sedersi ad occhi chiusi e stare in sé nel silenzio di una stanza, ma ogni azione della nostra vita può essere occasione di meditazione a condizione di stare nel respiro consapevole e nella percezione della pulsazione vitale del corpo.
I Tibetani considerano il corpo un “gioiello prezioso” perché in esso prende forma lo spirito.
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L’attuale funzionamento dell’essere umano ha una disfunzione di base che considero il limite di ogni limite, la base della sua infelicità e di tutte le conseguenze possibili. Questa disfunzione è la percezione di essere separato dal tutto.La separazione crea una frattura continua tra sé e gli altri, tra sé e la vita. La conseguenza è l’impellente bisogno di superare questa separazione per mezzo dell’appropriamento. L’uomo è un predatore emotivo, mai sazio, perché non riesce mai a colmare il suo bisogno di unità con i metodi della conquista, della violenza, della costrizione, dell’accumulo.
Più cerca di prendere, più diventa lancinante il suo bisogno ed il suo vuoto. La strada del possesso non funziona mai, ma lo rende sempre più insaziabile e solo. In ciò che chiamiamo amore, questo fenomeno è evidente, quando l’altro si allontana. L’abbandono procura una grande sofferenza perché evidenzia la solitudine della separazione. L’oggetto amato diventa l’illusorio depositario della nostra completezza.
Per il guerriero invece il senso dell’abbandono offre una possibilità immensa di trasformazione perché egli lo adopera per spostare l’attenzione sul suo spazio interiore alla ricerca di quell’unità e di quel contatto con la vita che è l’unico a poter vanificare il senso di separazione.
La via della soddisfazione dei bisogni non può risolvere il problema della mancanza di comunione con sé e con la Terra. Ecco perché ogni abbandono consente al guerriero di lasciar cadere un po’ del suo bisogno. Bussando con maggior intensità alla porta della propria anima, si schiude l’esperienza dell’unione, anche se per pochi istanti. Tale esperienza inizia a vanificare l’illusione della separazione e quindi dell’abbandono.
Nella sua essenza nessuno è mai solo, nessuno è mai abbandonato. Ma questa consapevolezza non può essere solo mentale. Deve trasformarsi in esperienza vissuta. Questa è una delle sfide del guerriero.
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( 2 / 4 )La mentalità comune ha del guerriero un’immagine stereotipata, collegata al mito del nostro tempo, piuttosto stupido invero, che vede in una specie di Rambo invincibile la sua espressione. Rambo è invece la negazione del guerriero perché descrive un essere che non ha nessuna umanità, con un ego gonfiato, simile a quello di molti politici che conosciamo in ogni parte del mondo.
Al guerriero si attribuiscono come principali qualità la forza ed il coraggio; questo è vero, ma non come vengono comunemente intese.
La forza del guerriero è nel riconoscere i suoi periodi di fragilità, di confusione e di dolore; il coraggio del guerriero è di non desistere dalla sua ricerca, malgrado si senta debole, malgrado abbia paura.
Che merito avrebbe, se fosse invincibile! L’eroe è Davide, non Golia. Il guerriero è forte ancor più, quando si rintana per prendere forza, quando sa piangere della sua solitudine, quando non ha bisogno di mostrare agli altri la sua forza. Trae dalla sua debolezza una
profondità maggiore che gli consente di comprendere ancora di più coloro che gli sono attorno, di sentirli umanamente vicini. Usa il suo dolore per scendere ancora più profondamente nella sua anima e per gettare ai flutti altri bagagli inutili che si portava appresso.Guardandosi dentro con amorevole sincerità, sviluppa ulteriormente la sua capacità di resa al Divino che sente come Padre-Madre a cui affidarsi. Bussa al suo Cuore, con la visione più chiara delle trappole mentali ed emotive che si erano rintanate abilmente in lui.
Il guerriero non ha mai la sensazione di essere risolto e nemmeno ambisce a questo. Vuole la Verità di sé e compie la sua ricerca mai come scopo da raggiungere; questa è la sua forza. La sua natura è seguire il processo del vivere, camminare, grato di ogni passo. Non potrebbe fermarsi nemmeno se lo volesse. Non si ferma, anche quando si ferma perché è stanco. Il suo cuore continua a viaggiare, sostenuto e spinto da un fuoco sacro. In realtà sa che non deve andare da nessuna parte, perché tutto è già qui, ma camminare è la metafora del suo percorso evolutivo.
Il guerriero sa invocare la Grazia, sa dire umilmente: “Mio Signore, ti offro tutta la mia debolezza. In questo momento non ce la faccio e senza vergogna mi mostro fiducioso a Te, nudo, per come sono”. Questa è la più grande forza del guerriero.
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( 3.6 / 7 )Wilhelm Reich paradossalmente, professandosi ateo, era più religioso di chi si definisce tale. La parola religione significa etimologicamente rilegare, raccogliere insieme, collegare. E chiaro il senso della sintesi e dell’unità. Tutto l’opposto di ciò che accade, in quanto le religioni sono invece strumenti di separazione, di conflitto e di sopraffazione.
Reich era religioso, di quella religiosità naturale che nasce dal contatto profondo con la vita e con l’energia che sottende ad ogni espressione di essa. La religione non è una serie di codici, ma manifesta il contatto profondo con l’essenza, tramandata da
coloro che l’hanno incarnata come esperienza realmente vissuta e quindi compresa e testimoniata.Questo spiega perché tutti i veri maestri che sono apparsi sulla terra abbiano espresso delle verità fondamentali in cui ci si può riconoscere a livello universale, indipendentemente dalla razza e dalla cultura a cui si appartiene.
La spiritualità è una funzione dell’uomo, formata dall’intelligenza evolutiva della natura, che reca in sé i codici dell’infinito, appartenendo di fatto ad esso. Chiunque abbia il coraggio e l’aspirazione d’immergersi in sé non può che ritrovare il suo collegamento con l’universo e con l’essere che lo sostiene, sia che viva in Groenlandia, in Tibet, in Italia o in Turchia.
Il grande impedimento all’esperienza religiosa è la sensazione di essere separati dal tutto, sensazione prodotta dalla nostra corazza egoica, corporea, emozionale. Ma quando si crea un varco in essa sorge spontaneamente un primo assaggio di infinito. Il guerriero è consapevole di questa semplice verità corporea. Perciò parte sempre dal suo corpo per ritrovare il Divino.
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( 3.3 / 6 )
Quando non si conosce una cosa non è possibile sentirne la mancanza; ma se uno spiraglio inizia ad aprirsi nella corazza ed il centro del cuore si manifesta, la vita assume un sapore nuovo e speciale. Il guerriero conosce finalmente con chiarezza l’Amore dentro di sé e nelle manifestazioni del mondo.Ma le aperture sono intermittenti e così come appaiono nella loro gloria, improvvisamente ci lasciano... questo è il dramma del guerriero. Egli ormai conosce il sapore dell’Amore e vuole solo quello. Non si può più adattare a dei surrogati. Questo accade naturalmente anche nella relazione con una donna (con un uomo per la guerriera). Se l’esperienza d’Amore viene soffocata da qualcosa che accade, se il suo partner non mantiene alta la sua vibrazione d’amore e la rinnega, il guerriero avverte una desolazione.
La solitudine del guerriero è un cammino di purificazione, è la sua prova continua per rendersi veramente autonomo, per fissare all’interno di sé il calore del suo Fuoco. Il guerriero sa che la sua integrità non deve dipendere dall’esterno, ma è ancora così imperfetto, così fragile, così appassionato, da ricadere nella malinconia. Il vuoto d’Amore è ogni volta una piccola notte dell’anima che riesce ad affrontare con maggiore resa e che lo scarnifica sempre di più.
Più il guerriero avanza nella via, più sente la sua solitudine. Impara a non patirne, a disfarsi di altri inutili fardelli, mantenendo viva la fede che l’Ineffabile Amore dell’Essere, che è anche la natura della sua Essenza individuale, possa definitivamente accendersi nell’anima.
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( 3.7 / 3 )L’Amore è la più grande sfida del guerriero. Egli ha la tendenza naturale all’amore, di esso ne fa una ricerca di vita, di esso è impregnata ogni sua cellula. Ma il guerriero percepisce la sua prigione, spietatamente è consapevole della sua limitata capacità di essere totalmente vero e coglie la menzogna che lo circonda e che anche gli appartiene.
L’amore è la qualità più essenziale della vita e di ogni creazione e continuamente si ritrae di fronte alle manifestazioni dell’ego. L’amore è una conquista continua di sé, è un atto di
verità, di accoglienza e di surrender. Il guerriero sa che nell’incontro con un partner complementare ha una possibilità incredibile di sviluppo e di evoluzione. Questo è il senso profondo dell’unione tra l’uomo e la donna a tutti i livelli, dalla sessualità, all’eros più sublime.Gli Amanti hanno più opportunità di trovare il segreto dell’anima e della fusione di chi compie il cammino da solo. Ma è così difficile! Bisogna essere “sinceramente nudi”, innocenti, anche di fronte ai propri limiti e alle proprie piccolezze. Il guerriero vive una costante nostalgia d’amore perché ne coglie il sapore e poi esso gli sfugge.
L’amore è uno stato di unione, d’integrazione, d’identità, di riconoscimento che deve avvenire all’interno di sé, ma anche tramite l’incontro con ciò che è percepito fuori di sé. Ogni manifestazione della vita ci può aiutare a riconoscere ed attivare in noi questo stato.
Tanto più diventa prezioso l’altro essere umano che con le sue variazioni continue mette in evidenza gli aspetti del nostro ego che offuscano l’amore nella sua espressione più libera e sacra.
In conclusione ogni viaggio nell’esperienza terrestre ha come fine la realizzazione dell’amore già presente in noi, ma così ignorato e distorto da apparire irriconoscibile.
Il guerriero pulisce giorno per giorno il suo Diamante.
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( 3 / 10 )Ormai sono giunto alla conclusione che l’unico scopo fondamentale della vita, che davvero la rende nobile ed eroica, è la ricerca spirituale. Essa, al contrario di quanto molti pensano, non esclude nessuna manifestazione della vita, non allontana dal mondo, ma lo rende più vivo, reale ed entusiasmante.
La spiritualità che conduce alla separazione dalla materia, eccetto in alcuni casi di esseri davvero speciali, è fuorviante, spesso adoperata come rifugio e fuga, perché non si ha il coraggio di affrontare la vita. La spiritualità che nega la materia, considerandola
maya, ovvero illusione, è un equivoco pericoloso che distorce il senso della nostra presenza sulla Terra.Per tale motivo Sri Aurobindo sosteneva che il nuovo corso dell’evoluzione dell’uomo deve rendere divina la vita stessa; anche Satprem diceva che non avrebbe avuto senso nascere in un corpo fisico e nella materia per doverla poi disconoscere.
In effetti una ricerca spirituale così intesa è veramente un processo arduo e lunghissimo. Non è certo un compito lusinghiero per chi desidera una trasformazione rapida, frutto di una certa mentalità contemporanea, condizionata da messaggi di facile e repentino consumo. Nessuna trasformazione individuale può essere rapida. Non date credito ai corsi per ottenere l’illuminazione!
La prima difficoltà consiste nel comprendere che la ricerca spirituale non può assolutamente prescindere da un ricerca psicologica, perché è proprio la nostra struttura della personalità, la maschera che ci imprigiona, ad impedire il contatto con l’essenza e a distorcere il modo in cui percorrere il nostro viaggio. La seconda consiste nel non cadere nelle suggestive pratiche che promettono risultati portentosi. La terza consiste nell’evitare i falsi maestri, numerosissimi oggigiorno.
Insomma, come vedete, non si tratta di una passeggiata consolatoria, ma di un’impresa da guerriero! Che impresa però... che senso profondo acquista la vita, gli istanti, il quotidiano, la relazione! Non c’è più bisogno d’inseguire traguardi eccezionali e di avere mille cose per gratificarci. La vita comincia a svelare i suoi tesori.
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( 2.9 / 13 )
Cari amici, il mio blog riprenderà dopo le vacanze. E’ tempo anche per me di ritirarmi e di ascoltare.Ci aspetta un 2010 importante, in cui aumentare il nostro impegno ad essere veri e a snidare la menzogna dentro e fuori di noi.
Ricordiamoci sempre che la separazione non esiste, se non nella nostra mente, e che ogni nostra azione ha un valore collettivo.
Vi auguro un anno di piena realizzazione, di apertura del cuore e di sincerità.
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