LA NOBILE VIA DEL GUERRIERO



Il Guerriero è il simbolo dell’uomo nobile e coraggioso che cerca con autentica sincerità la sua essenza, non solo per se stesso, ma per risvegliare nuova coscienza nella Terra.

Ognuno di voi può fare questa scelta ed iniziare a VIVERE.


Roberto Maria Sassone




199. IL GUERRIERO E LA RETE DELLA COSCIENZA 
Più che mai la rete che tecnologicamente la mente umana ha escogitato, ovvero internet, è la trasposizione di una realtà molto più sottile e conosciuta dalle Tradizioni coscienziali; questa realtà è che c’è una trama universale che ci collega tutti in una rete di coscienze. Nessun individuo, nessuna forma di vita, nessuna particella è isolata e separata. Siamo in rete perennemente.

Ciò comporta, nel bene e nel male, che ogni nostra azione, ogni nostra emozione e ogni nostro pensiero abbiano una ripercussione sull’insieme, viaggiando attraverso la rete.
Ciò comporta una grande responsabilità che comincia a essere conosciuta e persino ventilata dalla fisica quantistica che si sta affacciando, nelle sue ipotesi e nei suoi studi più avanzati, a questa legge di coesione.

Noi siamo cellule di un immenso organismo di cui ci sfugge il senso e la portata e, come avviene tra le cellule, la comunicazione è pressoché istantanea.
Sempre più spesso si organizzano appuntamenti mondiali in cui in un certo giorno si medita insieme, in ogni nazione, inviando impulsi d’Amore alla Terra, per assorbire il disordine energetico e le formazioni mentali di violenza. Queste formazioni armoniche o disarmoniche sono anche conosciute come "egregore" e possono essere alimentate e rese più potenti dall’intenzione delle persone che si concentrano all’unisono con un intento comune.

I guerrieri della Nuova Coscienza per tale motivo devono dedicare molta attenzione al lavoro sulla trasformazione dell’ego per sciogliere i conflitti e renderlo più armonioso, e devono anche ampliare il loro spazio di coscienza, per mezzo della meditazione e della Presenza, affinchè i loro pensieri e le loro emozioni siano più luminosi ed acquistino il potere che scaturisce dalla radianza dell’anima.




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198. IL GUERRIERO E LA VIA DELLA NUOVA COSCIENZA 
Da qualche tempo provo un certo disagio ad usare la parola "spiritualità", perché è contaminata ormai da significati banali, svilenti e fuorvianti. Anche la figura del "Maestro" ha perso la sacralità che aveva un tempo.
Inoltre anche l’autentica spiritualità tradizionale, che affonda le sue radici nell’India vedica, nel buddhismo, nel taoismo e nel cristianesimo originario (per citare le fonti più conosciute), sta subendo una svolta che ci conduce a una nuova fase di sviluppo della Coscienza, di cui Sri Aurobindo e Mère sono i precursori.

Intendo parlare di una spiritualità che non considera più il mondo un’illusione e che rivisita il significato essenziale di Maya, che non svilisce l’individuo, ma lo rende espressione del Divino, capace di partecipare della Sua Immensità e della Sua Grazia, passando attraverso una trasformazione non solo della sua coscienza, ma anche della sua manifestazione sulla Terra, nella sua forma corporea.

Buddha e Shankara ritennero il mondo fondamentalmente falso e miserabile – dice Sri Aurobindo nell’Ora di DioPerciò la fuga dal mondo fu per loro l’unica forma di saggezza. Ma questo mondo è Brahman, il mondo è Dio, il mondo e Satyam (verità), il mondo e Ananda (beatitudine); è solo la nostra errata interpretazione, filtrata dall’egoismo mentale, ad essere una falsità [...] Il significato vedico di Maya non è illusione, bensì saggezza, conoscenza, potere, ampia estensione della coscienza” (pag 23, Edizioni Domani, Pondicherry, India).

Certamente siamo agli albori di questa nuova fase, che non esclude le precedenti, ma che considera altrettanto sacra la Vita, anch’essa espressione del Divino.
Non parlerò più di una strada spirituale, ma della Via della Nuova Coscienza.
In questa Via si abbandonano gli orpelli, si mira all’essenziale. Pur nella devozione ai Maestri, non si rimanga attaccati a essi, né ai rituali, né ai mantra. La Nuova coscienza si sta manifestando sempre più, e noi dobbiamo seguire il Suo processo di cambiamento, nel rispetto del passato, ma con lo sguardo al Presente, al Divino interiore e alla sacralità dell’Uomo, che è immagine dell’Essere.

Dice Sri Aurobindo: “Sii libero in te stesso e perciò libero nella mente, nella vita e nel corpo. Perché lo Spirito è libertà”. E’ da notare che non dice "sii libero dalla mente, dalla vita e dal corpo", ma usa l’espressione "in" e "nella".
Il vero guerriero è quindi il rappresentante della Nuova Coscienza.



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197. IL GUERRIERO E LA MEDITAZIONE 
Quando si parla di meditazione scopro spesso che ognuno intende una cosa diversa, quindi dare per scontato il significato del termine genera grandi confusioni.
Meditazione è lo stato di coscienza in cui si è nel presente e non nella mente. Questa condizione non è facile da raggiungere perché la stragrande maggioranza di individui identifica se stesso con la mente e con i suoi contenuti.

La mente non vive mai nel momento presente, ma si riferisce al passato o al futuro. Altri suoi corollari sono fantasticare, interpretare, giudicare, avere aspettative, eccetera!
Non si deve meditare per star bene, per ottenere risultati, per avere esperienze, per diventare illuminati, per rendere la vita più piacevole (anche se col tempo questi sono effetti collaterali), ma si medita per stare, per esserci.
Risvegliarsi vuol dire uscire dalla mente e stare nella realtà di ciò che c’è in noi e fuori di noi. Più avanti nella “pratica”, il dentro e il fuori cominciano a riunirsi.

Per ottenere lo stato di Presenza facciamo uso di diverse pratiche di meditazione, ma ognuna di essa alla base si pone l’intento di aprire uno spazio di coscienza reale, senza rappresentazioni mentali. Ciò consente di vivere una vita vera, intensa e colma di senso (non un senso mentale).
Lo stato di Presenza ci apre ad altre esperienze di coscienza ancora più integrate, che modificano la prospettiva della vita individuale e stabiliscono una connessione con la rete della vita globale.
Ma la meditazione non deve essere un dovere, bensì deve essere uno spazio di accudimento di noi stessi, uno spazio di intimità, uno spazio sacro.

Finché abbiamo l’illusione che la nostra individualità vera sia l’accozzaglia di idee che abbiamo su noi stessi, continuiamo a vivere nella menzogna e nella separazione.
La Coscienza è una e noi siamo oscillazioni di questa Coscienza.


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196. IL GUERRIERO E IL CORPO COME PORTALE 
Sentire il corpo è il principio essenziale per richiamare la Presenza. Ormai questo assunto deve diventare un intento categorico di ogni ricercatore: senza corpo non c’è Presenza. Naturalmente il catalizzatore della Presenza è il respiro a cui si giunge tramite il primo strumento di un’importanza eccezionale: l’ATTENZIONE.

Dice Echart Tolle: “La Presenza è un’intensa vitalità. E questa intensa vitalità è sia interna che esterna. In modo molto sottile pervade tutto il corpo” (A. S. Dalal – Eckart Tolle e Sri Aurobindo – La Lepre Edizioni)
Quando entri profondamente nel corpo non c’è più il senso di ‘osservo il corpo intyeriore’ […] La dualità scompare, sei presente in tutto il corpo, proprio come sei presente in tutto quello che è oltre il corpo. Qualunque cosa tu percepisca è te stesso. E questo riconoscimento non viene attraverso la mente ma attraverso la Presenza. Così il modo più veloce per uscire dalla mente è entrare con la tua attenzione nel corpo.

Ecco la sequenza che non deve essere assolutamente regola, ma suggerimento: attenzione sul respiro – corpo – energia vitale – Presenza.
Ciò che il ricercatore scopre è che, se si sente pienamente il corpo, non lo si avverte come un oggetto solido, ma come un campo pulsante di energia vitale che corrisponde anche alla nostra identità essenziale, al di fuori di ogni rappresentazione dell’ego.
All’inizio c’è un osservatore e un oggetto osservato… ma poi tu sei la Presenza e non c’è più soggetto e oggetto.

Dice Tolle: “Entrando nel corpo hai trasceso il corpo. Diventa una piccola porta per entrare nell’essere, nel non-manifesto
Così un bella meditazione è entrare profondamente nel corpo finchè il corpo scompare, finchè tutto ciò che resta è il campo d’intensa vitalità… niente corpo. E quella è quiete e quella e Presenza”.

Anche il Surrender è un’altra porta per accedere al Divino, condivisa da Tolle e più volte espressa nelle esperienze dirette di Sri Aurobindo e Mère.
Corpo è Surrender sono collegati strettamente perché stando nel corpo si è nel presente, in ciò che c’è all’istante, e il Surrender è lo stato di adesione completa a ciò che c’è nel momento dato. Io aderisco e includo l’esperienza presente, qualsiasi essa sia; questo lo posso fare solo se sono nel corpo e non sovrappongo all’esperienza il mio rifiuto o il mio giudizio. Se c’è l’Ego non può esserci surrender.

Dice Tolle: “Ego e Surrender non possono in realtà coesistere. La capacità di dire sì a ciò che c’è non viene dall’ego. Chi è fortemente trincerato nell’ego mentale nemmeno comprenderebbe il significato di dire sì a ciò che è”.
Il Processo viene così descritto da Sri Aurobindo: “Si costringe la mente ad assumere la posizione del Testimone (...) Io sono il Purusha testimone; sono silenzioso, distaccato, non vincolato (…) Il sadhaka (il ricercatore)percepisce dentro di sé la crescita di una coscienza separata, calma e silenziosa, che si sente del tutto distinta dal gioco superficiale della mente, del vitale e della Natura fisica”.

Tutto questo processo di sviluppo del testimone tramite l’attenzione e la Presenza è anche prodotto dalla Vipassana. In realtà Sia Tolle, che Sri Aurobindo, che il Buddha, indicano una strada fondamentalmente identica.
Dice Tolle: “Ogni volta che scegli la Presenza stai facendo una pratica spirituale e quando la Presenza diventa il tuo stato normale, mette fine alla pratica spirituale”.





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195. IL GUERRIERO, IL BENE E IL MALE 
Il momento di maggior crisi del guerriero avviene quando ha ormai l’esperienza evidente che la sua mente costruisce la realtà della sua vita.
A molti questo può sembrare normale. Anzi, si potrebbe dire che la nostra mente è il livello più evoluto della nostra individualità, e quindi che senso avrebbe entrare in crisi per questo?

Ma se la mente è invece un reticolo di interpretazioni, una gabbia di regole acquisite inconsciamente, di valori assorbiti fin dalla nascita, per non parlare dei condizionamenti più plateali, come quelli sessuali, allora sì che cambia la prospettiva sulla mente.
Non stiamo parlando di un sistema cognitivo trasparente, al servizio della coscienza, dell’essenza, dell’anima, bensì di una lente deformante che assume tutti i colori familiari, culturali, sociali, ideologici e religiosi del luogo in cui si nasce.
Come pensa un mussulmano, o un ebreo osservante, o un papuasiano, o un aborigeno dell’Australia, o un cinese? Quanto incide il clima, la latitudine, la miseria o la ricchezza, i vicoli di Napoli e la cultura di Cambridge?
Ciò che per alcuni è un bene, per altri è un tabù; ciò che per alcuni è una virtù, per altri è un peccato.

Qual è la verità? Ci sono Maestri che hanno detto che molte delle cose che riteniamo morali e spirituali sono invece una grande menzogna che arresta il nostro vero cammino di trasformazione.
Ma allora non esiste più niente? Dobbiamo diventare immorali o amorali? Niente di tutto questo!

Dopo la grande crisi, il guerriero, attraverso la sua sadhana scopre l’etica, ovvero le leggi universali non scritte, che non passano per la mente ma sono dettate dalla profonda coscienza del cuore.
Per fare questo passaggio deve momentaneamente sospendere ogni giudizio e dubitare in maniera costruttiva, con un attento osservatore, anche i suoi principi più saldi.
Alcuni di essi saranno riconfermati, se sono veri (la verità dell’essenza o del Cuore profondo); altri franeranno miseramente di fronte allo sguardo dell’anima!


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194. IL GUERRIERO E IL SENSO DI COLPA 
Ci sono due tipi di sensi di colpa: il primo scaturisce dall’aver compiuto davvero un’azione malvagia, come oltraggiare e fare violenza a qualsiasi essere vivente.
Il secondo invece è la più grande idiozia che la nostra mente possa partorire e ci tiene schiavi, facendoci soffrire inutilmente.
Nel primo caso, bisogna riparare, ma non si può certo passare la vita a flagellarci. C’è anche il momento in cui dobbiamo perdonarci e far pace con noi stessi, compiendo un salto d’ottava, raffinando la nostra qualità interiore.
Ma le trappole sorgono nel secondo tipo perché il senso di colpa in questo caso è irreale, del tutto costruito, e ci procura una sofferenza inutile che svilisce il nostro valore.

Il senso di colpa è spesso un’arma sociale, tenuta in vita per sottomettere le persone. Le religioni ne fanno ampio uso, ma anche le persone che ci dicono di volerci bene lo adoperano.
Lo si adopera nei ricatti d’amore: "Se ti comporti così mi fai soffrire", "Con tutto quello che ho fatto per te, tu mi ricambi in questo modo". Ci sono infinite formule con cui si cerca di suscitare nell’altro il senso di colpa.
Inoltre esso scaturisce da un’idea di perfezione che abbiamo di noi stessi: di fronte a un nostro sbaglio ed a un nostro limite ci maceriamo: "Non sono stato all’altezza", "Ho fatto un brutto pensiero", "Ho avuto una fantasia sessuale", e così via…
Il senso di colpa è un’arma dell’ego per minare le nostre iniziative, per impedirci di essere liberi.

Il guerriero non cade in questo tranello e, se è afferrato da un senso di colpa, è capace di osservare attentamente da quale parte di sé proviene, da quale condizionamento, da quale ideologia, da quale idealizzazione di se stesso.
Tradire noi stessi è la vera "colpa"… e anche da essa dobbiamo affrancarci, osservandoci senza giudizio e accogliendo i nostri numerosi limiti che ci caratterizzano come esseri umani.


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193. IL GUERRIERO, L'ATTENZIONE E IL RESPIRO 
Finché io sono la mia mente, sono un continuo cambiamento di rappresentazioni… Chi sono io allora?
Per dare una risposta a questa domanda bisogna sviluppare uno spazio di osservazione tramite uno strumento formidabile che si chiama ATTENZIONE.
Su cosa metto l’attenzione?
Su me stesso.
Ma è ancora troppo vaga questa affermazione: quale me stesso?
Bisogna quindi partire da qualcosa di costante e permanente: il respiro.

Col respiro comincio a esistere e a sentire di esistere. Se io esisto, esiste anche il mondo perché pongo su di esso l’attenzione che sviluppo giorno dopo giorno per mezzo del respiro consapevole.
Se io non esisto costruisco il mondo.
All’inizio uso l’attenzione della mente e sviluppo l’Osservatore; lentamente nasce l’attenzione del cuore che si chiama Testimone.
Il respiro è la prima vera identità a cui si accede con l’attenzione.
Il respiro è una porta che conduce a noi stessi e contemporaneamente dissolve tutto ciò che già non esiste: l’ego.
Il respiro diventa strumento e percorso.
Ogni persona ha un respiro diverso e deve trovarlo. E’ la musica interiore di ciascuno.

La meditazione è semplice perché consiste nel non cercare niente, accordarsi al tuo respiro, lasciarlo emergere. Il guerriero scorre nel respiro.
A quel punto il respiro sei tu e tu sei nel tuo respiro.
Non bisogna essere qualcosa per essere.
La funzione della meditazione è questa: essere.



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192. IL GUERRIERO E IL DRAMMA PERSONALE 
E’ incredibile quanto gli esseri umani siano attaccati al loro dramma personale, come lo vogliano proteggere, come se lo coccolino. Protestano, piangono, si disperano… non vorrebbero soffrire così tanto… e quando si prospetta la possibilità che esso si attenui, quando intravedono una via d’uscita, sono presi dal panico. “Come faccio senza il mio dramma? Non ho più scuse per fare ciò che credo di desiderare”.
E’ molto più comodo pensare che se non fossi oberato di lavoro, che se avessi quella donna, se potessi vivere in campagna… allora sì che potrei finalmente essere ciò che sono davvero, essere vero, godere della vita…

Sono giunto da tempo alla conclusione che la gioia faccia più paura del dolore, che la libertà faccia più paura della schiavitù. Assumersi la responsabilità di se stessi è un fardello troppo pesante! Meglio lamentarsi!
Forse le mie parole sembreranno ad alcuni impietose, ma vi assicuro che ne ho l’evidenza giorno dopo giorno nel mio lavoro.
Persino le autentiche disgrazie, che farebbero male a chiunque, vengono adoperate per assumere privilegi, per diventare importanti agli occhi degli altri... Usare il dolore per essere protagonisti!

Questo discorso conduce a una semplice verità: finchè non si inizia a percepire un autentico spazio di coscienza, finchè non si ha la sensazione di avere valore per ciò che siamo, a prescindere da ciò che facciamo, finchè non c’è amore per se stessi, la libertà è un peso e non sappiamo che farcene.
Ci aspettiamo sempre che la vita ci dia qualcosa… ma perché dovrebbe darci qualcosa? Noi siamo la vita. Perché non andiamo a prenderci le cose che davvero ci servono? Forse perché pensiamo che siano cose enormi, irraggiungibili.

In effetti abbiamo bisogno di poche cose vere e quelle possiamo trovarle soprattutto dentro, ma anche fuori. Cavalchiamo la vita, lasciamo che sgorghi dal nostro cuore e dal plesso solare l’anelito e l’aggressività vitale che ci conduce ad andare verso le cose.
Il bambino dall’allattamento, in cui dipende totalmente dalla madre, passa a una fase incredibile: scopre che può iniziare a camminare e può andare a prendersi le cose.
Usciamo dalla fase del lattante e andiamo verso… "aggredire" vuol dire, appunto, "andare verso" (ad-gredior).


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191. IL GUERRIERO E L'EDUCAZIONE ALLA RICERCA INTERIORE 
Carissimi amici, ho la gioia di presentarvi il mio ultimo libro, Educazione alla Ricerca Interiore, Anima Edizioni.

La ricerca interiore, per essere davvero completa ed efficace, si deve basare su un serio lavoro di destrutturazione dell’ego per mezzo di un intervento sulla nostra personalità e sui suoi condizionamenti psicofisici, e anche su un costante percorso di meditazione e su una disciplina (sadhana), liberamente scelta, che coinvolga ogni aspetto della nostra vita.
La ricerca interiore quindi coniuga la ricerca psicologica e la ricerca spirituale. L’una senza l’altra conduce spesso a gravi errori.
Il rischio costante dei ricercatori e di cadere nel narcisismo spirituale, senza neanche accorgersene.
Questo libro esamina le tappe fondamentali di questa ricerca, i pericoli e le illusioni della mente, prendendo come riferimento lo Yoga Integrale di Sri Aurobindo e Mère.
La ricerca interiore è la più stupenda avventura che un ricercatore possa affrontare, di fronte alla quale impallidiscono persino le vette dell’Himalaya.

Cito una frase del mio libro: “Il punto d’arrivo del ricercatore è vivere la vita senza nessuna rappresentazione, ovvero essere in grado di non sovrapporre continuamente le proprie proiezioni su ogni avvenimento, cosa o persona. Invece la norma è di mettere su ogni aspetto della vita il nostro dramma personale, le nostre aspettative e l’illusione di ciò che potrebbe renderci felici. Ciò comporta che la nostra vita non è mai accolta così com’è”. (pag 117)

Forse qualcuno resterà sorpreso: "Come? Il punto d’arrivo non è l’illuminazione?"
Non ci interessa nessuna illuminazione… ma avete idea di come cambi la percezione di sé e del mondo, quando non viene più filtrata dalla nostra mente?
La Nuova Coscienza è vivere in questo stato o almeno averne continui assaggi, con un corpo gioioso e fremente che celebra la vita.
Tutto ciò è possibile, se ci mettiamo in cammino con la passione dell’innamorato!
Buon Viaggio.

NOTA
Il libro uscirà ufficialmente in tutte le librerie alla fine di maggio,
ma lo potete acquistare a Milano presso la Libreria Esoterica (Galleria Unione 1, ang. Piazza Missori) oppure su internet, sui siti di Il Giardino dei Libri, Anima Edizioni e Macrolibrarsi.




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190. IL GUERRIERO, LA VIPASSANA E IL CUORE 
Non ci può essere nessuna trasformazione se siamo completamente identificati con la nostra mente e i nostri pensieri. Possiamo anche usare un altro linguaggio e dire che l'identificazione con l'ego o con la struttura dEl nostro carattere ci rende addormentati, inconsapevoli e ipnotizzati.
Abbiamo l'illusione di vivere, ma in effetti passiamo da un personaggio all'altro, senza rendercene conto. Manca il Soggetto, il padrone di casa.

Di conseguenza bisogna iniziare a creare uno spazio di osservazione che ci permetta di vedere le nostre identificazioni con i numerosi personaggi che impersoniamo nelle diverse circostanze della nostra vita.

La vipassana, che appartiene alla tradizione buddhista theravada, offre secondo la mia esperienza un'opportunità davvero efficace per sviluppare questo spazio di consapevolezza che ci consente di "formare" un centro stabile di presenza, appoggiandoci al respiro che diventa il tramite di questo processo di disidentificazione.
Il respiro istantaneamente ci riporta al presente, a ciò che c'è in quel momento dentro e fuori di noi, ci rimette nel corpo, nella realtà non vissuta attraverso le rappresentazioni della mente.

Per spiegare questo procedimento possiamo adoperare la metafera del cinematografo. Quando vediamo un film spesso siamo totalmente immersi nella trama, dimenticandoci di noi stessi. Entriamo nei personaggi del film e ci scordiamo di essere degli spettatori, seduti su una poltrona, di fronte allo schermo.
Se invece guardiamo il film restando spettatori consapevoli, cambia la prospettiva e resta accesa la luce della consapevolezza: esisto io e il film.
Questa è una metafora della nostra vita.

Lo spazio di coscienza che con la "pratica" costante e continua si forma, diventa sempre più stabile come il mozzo di una ruota, e l'identità si sposta dall'ego alla coscienza.
Questo centro stabile coincide con il cuore. Anche la percezione cambia. Si comincia a sentire al centro del petto una commozione di esistere, una semplicità essenziale di essere. L'identità cessa di essere formale, ma acquista la dimensione di uno stato senza alcun attributo. E' un vuoto pieno d'identità silenziosa e testimone.

Non è un risultato che si raggiunge facilmente, ma il guerriero non si collega alla meta, ma al percorso di ogni momento. Questa innocenza di aspirazione diventa una forza inesorabile che lo muove.



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